Vivo per la mia arte, non c’è davvero altro. Una delle ultime interviste inedite di Yayoi Kusama

di | 16 set 2026
Yayoi Kusama. ©YAYOI KUSAMA. Foto di Yusuke Miyazaki

Yayoi Kusama, che ci ha lasciati il mese scorso, è stata una delle artiste più famose al mondo. Il suo impatto si estendeva ben oltre la sfera dei musei e delle gallerie, sia per le sue opere, sia per come contemplava l’universo intorno a lei.
È stata amata soprattutto per le Infinity Mirror Rooms, preziose installazioni immersive che incantano lo sguardo, estendendo la percezione dello spettatore e immergendolo in un abisso sconfinato di pura bellezza e assoluta meraviglia. Ha creato la prima di queste installazioni, Infinity Mirror Room – Phalli’s Field, nel 1965, ma sarebbero diventate un fenomeno globale solo decenni dopo, negli anni Dieci del Duemila. La retrospettiva del 2012 alla Tate Modern, infatti, è arrivata con un tempismo perfetto: Instagram iniziava a diventare popolare proprio mentre la mostra veniva inaugurata, e sembrava che tutti volessero postare la miriade di foto allucinanti che si possono scattare in una Infinity Mirror Room
Quasi dall’oggi al domani, Kusama è diventata non solo una star del mondo dell’arte, ma anche un’icona internazionale. Le persone si mettevano in fila – e continuano a farlo tuttora – solo per entrare in una Infinity Room per una manciata di secondi. Una mostra del 2017 organizzata dallo Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington ha ampliato ulteriormente la fama di Kusama. Passando per Seattle, Los Angeles, Toronto, Cleveland e Atlanta, l’esposizione ha mostrato la portata della serie e quanto un’artista possa riflettere il proprio mondo interiore sui visitatori.
Quasi altrettanto rapidamente, però, le Infinity Mirror Rooms sono diventate vittime della loro stessa fama. I curatori Doryun Chong e Mika Yoshitake sono prontamente intervenuti per contribuire a restituire la reale portata dell’opera di Kusama con la mostra del 2022 “Yayoi Kusama: 1945 to Now” al museo M+ di Hong Kong, che ha ripercorso i lavori dell’artista dalla serie di dipinti Infinity Nets – influenzati dalla vista dell’Oceano Pacifico durante il suo volo dal Giappone agli Stati Uniti nel 1957 –, agli happening trasgressivi a Downtown (New York) negli anni Sessanta, fino alle collaborazioni nella moda e ai lavori più recenti.
Al tempo stesso, la mostra ha dato prova della radicalità del suo concetto di self-obliteration, secondo cui, per entrare in un universo infinito, gli esseri umani devono «dissolversi nel sublime, osservare ogni cosa e comprendere come il sé sia finito, unico e interconnesso con tutte le altre cose. In questo modo, diventa possibile una rinascita nell’amore e nell’uguaglianza», come ha spiegato l’assistente curatrice del M+ Kary Woo.
In occasione della sua più recente mostra itinerante, l’intervista scritta che segue è stata condotta nel settembre 2025 dai rappresentanti della Fondation Beyeler di Basilea, in Svizzera, dove la mostra ha debuttato (in corso da ottobre 2025 a gennaio 2026); del Museum Ludwig di Colonia, in Germania, dove è approdata successivamente (marzo-agosto 2026); e dello Stedelijk Museum di Amsterdam, dove si è aperta al pubblico l’11 settembre scorso. La prossima primavera, la sua galleria David Zwirner presenterà le ultime opere dell’artista in una mostra personale a New York.

Yayoi Kusama, Infinity Mirrored Room, The Hope of the Polka Dots Buried in Infinity Will Eternally Cover the Universe, 2025. Tecnica mista. © YAYOI KUSAMA. Foto di Peter Tijhuis

Cosa sta stimolando la sua immaginazione ultimamente?

Yayoi Kusama Pensieri e immagini affiorano incessantemente nella mia coscienza, e non riesco a trattenermi dal raffigurarli.

Ci sono rituali, abitudini o ambienti che l’aiutano a entrare in un flusso creativo?

Y.K. Vivo per la mia arte. Non c’è davvero altro. Non faccio distinzione tra la vita quotidiana e il mio lavoro.

Quale parte del processo creativo le porta più gioia o sorpresa?

Y.K. Ho sempre affrontato la produzione artistica come una ricerca della verità. Come artista, ho cercato di portare in ogni mia opera dignità, vitalità e umanità. Provo gioia ogni volta che completo un buon lavoro.

Come sa quando un’opera è finita, considerando la natura spesso infinita dei suoi motivi e delle sue installazioni?

Y.K. Opere come queste esprimono la filosofia a cui aderisco, come testimonianza di vita, fin da quando avevo dieci anni. 

Yayoi Kusama, Everything about My Love, 2013. Acrilico su tela, 194 x 194 cm. Collezione dell’artista. © YAYOI KUSAMA. Courtesy di Ota Fine Arts

C’è qualcosa che ha sempre voluto far comprendere alle persone riguardo al suo lavoro, ma che spesso passa inosservato?

Y.K. Mi relaziono con tutte le persone attraverso la mia arte, perseguendo i miei ideali di amore e pace. Da molti decenni il “Kusama-ismo”, il mio personale movimento artistico, è amato da persone in tutto il mondo, suscitando il loro interesse e la loro sincera approvazione.

Il suo lavoro l’ha sempre aiutata a elaborare tanto il caos globale quanto le sue personali lotte interiori. Per i giovani che crescono in un mondo sempre più complesso, che ruolo crede possa avere l’arte nell’aiutarli ad affrontare le difficoltà, connettersi o resistere?

Y.K. Bisogna costruire una filosofia profondamente umanistica e guidata dalla creatività, in relazione all’amore e alla pace, mantenendo reverenza per ogni forma di vita, affrontando le crisi globali di petto e condividendo con il mondo messaggi meravigliosi, per aiutare gli altri a superare i pregiudizi e la confusione.

Ripensando al passato, c’è stato un momento di svolta o di chiarezza particolare che ha definito la sua direzione artistica?

Y.K. A cinque anni disegnavo già, e a dieci nutrivo un desiderio potente di diventare pittrice. Incorporando nell’arte tutto ciò che suscitava il mio interesse, ho continuato a esplorare diverse forme espressive, tra cui pittura, scultura, cinema e letteratura. Queste trasformazioni non sono avvenute per un piano prestabilito, ma in modo organico.

Yayoi Kusama, Infinity Mirrored Room-All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, 2017. Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington DC. Foto di Bill O’Leary/The Washington Post via Getty Images

Come si è mossa da artista in un mondo dell’arte dominato dagli uomini, in particolare agli inizi della sua carriera?

Y.K. Non ragiono in termini di maschile contro femminile, ma a quei tempi ho lottato moltissimo, dipingendo giorno e notte con tutte le mie forze. Ora, avendo coltivato una mia visione di vita, e ben consapevole che il tempo che mi resta si fa sempre più breve, continuo a cercare costantemente qualcosa di nuovo, protesa con urgenza verso vette ancora inesplorate nel campo dell’arte.

Se il suo io più giovane potesse vedere il suo lavoro oggi, cosa pensa che direbbe?

Y.K. I primi anni della mia carriera sono stati dedicati ad affermarmi. Credo che la mia versione più giovane sarebbe felice di sapere che sono giunta ad abbracciare un autentico amore per la vita, avendone scoperto la vera bellezza.

Le sue mostre raggiungono un pubblico in tutto il mondo. Che tipo di risposta emotiva o intellettuale spera di suscitare?

Y.K. Ho cantato a piena voce le lodi della vita umana e del suo splendore eterno. Ora, nella mia ricerca della verità, nel mezzo della gioiosa festa che è la vita, cullata nell’infinita distesa dello spazio e del tempo, con il cuore colmo di speranza e un desiderio ardente di pace nel mondo, prego che il mio appassionato inno all’umanità possa incoraggiare e ispirare tutti voi.