Concerto Live in LAVINIA. Una metamorfosi continua e libera alla Loggia dei Vini di Villa Borghese

«Si sentiva la città dentro la registrazione», suggeriscono i musicisti Federico Bisozzi, Simone Alessandrini e Rosaria Angotti, parlando della restituzione della residenza, durata tre mesi, di LAVINIA, il programma di arte contemporanea curato da Salvatore Lacagnina e realizzato da Ghella, all’interno della Loggia dei Vini, trasformata per l’occasione in una sala prove. È da qui che prende avvio la conversazione sul processo creativo che ha portato Bisozzi e Alessandrini a comporre e arrangiare le musiche per dieci testi di Clara Meister, Deo Katunga, Dominique Gonzalez-Foerster, Giulia Pollicita, Ina Blom, Jeanna Criscitiello, Marc Knauer, Nicolas Bourriaud, Shatha Afify e Ugnė Um, scelti dall’artista Saâdane Afif (Vendôme, 1970, vive e lavora a Berlino) e interpretati dalla voce di Angotti durante il concerto finale tenutosi lo scorso 17 settembre. Bisozzi e Alessandrini avevano già lavorato insieme e condividono ascolti, gusti e vocabolario musicale; Angotti è invece entrata nel gruppo in occasione di questo progetto. Pianoforte, fiati e voce si intrecciano con synth e sequenze elettroniche, facendo convivere sonorità ancestrali e linguaggi contemporanei. Al concerto è emersa una musica dal carattere ludico, a tratti grottesco, quasi «da satiro», pagano, attraversata da quella che gli stessi musicisti definiscono una «metamorfosi continua tra linguaggi del passato e del presente». Un movimento di trasformazione che trova nella Loggia dei Vini il proprio spazio naturale: un luogo seicentesco appena restaurato in cui il passato incontra la produzione di nuova musica e dove architettura, parola e suono entrano reciprocamente in risonanza.

Eugenia Pacelli Federico e Simone, avete lavorato per tre mesi all’interno della Loggia dei Vini, trasformata per l’occasione in una vera e propria sala prove da Saâdane Afif. Che cosa significa comporre direttamente nello spazio in cui la musica viene poi eseguita? E quanto il luogo è entrato nel processo compositivo?
Federico Bisozzi L’interazione con lo spazio, naturalmente, è fondamentale. La nostra musica è un po’ figlia del fatto di stare in quel posto, perché abbiamo iniziato a scrivere lì, dalla prima nota, tutto quello che poi sarebbe stato ascoltato al concerto. È figlia anche delle suggestioni che abbiamo vissuto esplorando lo spazio prima ancora di metterci a suonare.
Simone Alessandrini La cosa interessante è che abbiamo lavorato con pochissimi elementi: c’era un pianoforte fisso per tutta la residenza e io ho portato degli strumenti acustici, gli strumenti a fiato. Abbiamo quindi lavorato soltanto con questi due elementi acustici, che entravano in risonanza con il soffitto della Loggia. Successivamente il lavoro è diventato molto più elaborato e sono entrati in gioco molti altri elementi, non acustici ma elettronici. La natura della musica scritta per questo progetto di Saâdane era quella di far conciliare linguaggi differenti: qualcosa che venisse da un mondo arcaico, con sonorità più mediterranee, e strumenti che richiamassero sonorità ancestrali, ma rielaborate in chiave elettronica. Volevamo mantenere anche uno spirito ludico, quasi “da satiro”, a tratti grottesco. Ci sono vari linguaggi che comunicano tra loro in maniera quasi ingenua: si sentono dei sintetizzatori che vanno come se fossero stati lasciati lì e facessero un po’ per conto loro. C’è una sorta di schizofrenia, in contrapposizione con melodie eteree. Una metamorfosi continua tra linguaggi del passato e del presente, che si contaminano in maniera sempre molto libera. Si sente che non c’è una costruzione convenzionale della cosa: è un po’ un balletto.
E.P. Le vostre composizioni nascono da dieci testi scritti da dieci autori diversi. Il punto di partenza è dunque il testo. Qual è per voi il rapporto tra la parola e la musica? In questo come vi legate al lavoro di Saâdane Afif? E la voce come entra in questo processo?
S.A. È stato tutto pensato per la vocalità che abbiamo scelto. È una scelta particolare, perché quella di Rosaria è una voce che si può declinare in mondi differenti, pur avendo di base un impatto molto lirico. La sua voce non rispetta necessariamente un canone lirico, ma si muove anche in maniera giocosa, attraverso soluzioni differenti. Il nostro approccio non è stato tanto quello di costruire la musica sulla base della metrica dei testi, quanto sulle suggestioni che questi evocavano. A partire dai mondi che suggerivano, abbiamo immaginato un mondo sonoro e creato un contesto musicale che pensavamo potesse essere adatto; successivamente abbiamo adattato il testo alle musiche che stavamo realizzando. Grazie anche a Rosaria, che è riuscita a interpretarlo.

E.P. La percezione del suono cambia inevitabilmente in relazione all’ambiente in cui viene prodotto. Come avete percepito il suono all’interno della Loggia? Le sue caratteristiche acustiche hanno influenzato le vostre composizioni e gli arrangiamenti? Se sì, in che modo?
S.A. Io, in particolar modo, suonando strumenti a fiato, ho notato che anche spostandosi all’interno della Loggia il suono cambia tantissimo. Quindi il gioco si muove nell’ambiente, anche in modo stereofonico.
F.B. La prossimità all’interno della Loggia fa sì che passi una macchina, passino delle persone, che si senta la città: sono tutte cose che condizionano anche la composizione. C’è, da una parte, l’aspetto onirico ed evocativo della memoria di quel luogo e, dall’altra, l’ambiente circostante contemporaneo che ti condiziona, che ti viene a trovare.
E.P. La Loggia è uno spazio del Seicento che oggi accoglie la produzione di musica nuova, e anche il concerto sembra mettere in relazione riferimenti antichi con linguaggi e strumenti contemporanei. Non a caso il progetto si sviluppa in parallelo al restauro della Loggia. Che rapporto avete voi con questa tensione tra il carattere storico del luogo e la sperimentazione?
S.A. Durante la residenza registravamo le nostre sessioni, che poi mandavamo in loop durante la settimana nello spazio, quindi le persone potevano ascoltare quello che avevamo registrato. Una cosa interessante è che si sentiva la città dentro la registrazione: in uno spazio così, onirico, come diceva Federico, entrava il suono della città, che arrivava e se ne andava.
F.B. L’abbiamo concepito anche proprio per l’esecuzione: ci sono momenti più scarni, più minimali, proprio per lasciare spazio sonoro all’ambiente stesso. È un concerto, una composizione, se vogliamo usare questa parola, pensata per quel luogo. È bello sapere di aver costruito qualcosa legato a uno spazio. È un dialogo, sia dal punto di vista storico sia dello spazio fisico. L’abbiamo concepito per quello. Però non vogliamo essere necessariamente troppo pretenziosi: non vogliamo fare una cosa sacra, è anche un po’ dissacrante. Diciamo che è molto pagano, perché ricorda un po’ i rituali pagani. L’ispirazione è quella.

E.P. Arrivate da esperienze musicali differenti: dalla composizione per il cinema e dal sound design al jazz e all’improvvisazione. Come avete costruito un linguaggio comune per questo progetto?
S.A. Io e Federico abbiamo lavorato tante volte insieme, perché ho partecipato a molti suoi lavori. Collaboriamo già da qualche anno. Sono un musicista che lavora principalmente sul palco, ma lavoro anche con la musica applicata come compositore, oltre alla musica che scrivo io e ai lavori discografici.
F.B. Comunque è un processo molto naturale. Abbiamo un linguaggio abbastanza simile e un vocabolario molto vicino, anche per quanto riguarda gli ascolti. I nostri gusti musicali sono molto vicini, quindi è un incastro abbastanza naturale.
S.A. Anche la scelta degli strumenti è significativa. Ci hanno proposto il pianoforte, un’idea dell’artista: vedere un pianoforte all’interno di quell’ambiente è molto suggestivo. Utilizzare poi gli strumenti a fiato, escludendo gli strumenti a corda, come i violini, e l’ensemble orchestrale, contribuiva ancora di più a creare questo effetto pagano, un po’ più arcaico. Con Rosaria, invece, ci siamo conosciuti in questa occasione, mentre con Federico avevamo già lavorato insieme.
Rosaria Angotti È la prima volta che collaboro con Federico, mentre Simone l’ho conosciuto in questa occasione. Abbiamo tanti colleghi in comune, ma non ci conoscevamo. È stato molto interessante mischiare la musica elettronica con la musica scritta, modificarla in base alla natura e alla mia struttura vocale.