Cecilia Vicuña al Castello di Rivoli. Il ghiacciaio come memoria vivente

Ho sempre pensato che fosse attraversando una morena che ci si avvicina davvero alla montagna. Dopo la verticalità del sentiero, il terreno si frammenta in una distesa di massi da attraversare saltando da una pietra all’altra. L’orientamento si fa incerto, il corpo si misura con la materia rocciosa e la montagna smette di apparire come uno sfondo lontano per diventare una presenza fisica e avvolgente. La morena – una particolare forma di accumulo di detriti rocciosi sul fianco di un ghiacciaio, che ne testimonia il movimento – rende questa esperienza particolarmente intensa.
«Residuo e abbandono la morena datrice eterna di vita scivola e si riduce a montagna dimenticata / detrito tritume la morena avanza si muove gatto di sassi e ghiaccio sconvolto / relitto di un altro tempo mortale il ghiacciaio ci chiama al risveglio». Sono alcuni dei versi scritti a mano sul muro con cui Cecilia Vicuña (1948, Santiago del Cile, Cile. Vive e lavora a New York) ci accoglie in “El Glaciar Ido”, prima mostra istituzionale dell’artista in Italia, presso il Castello di Rivoli, con la curatela di Marcella Beccaria.
«Gatto di sassi», come la definisce l’artista, la morena è anche il testimone dell’inesorabile scioglimento di un ghiacciaio, materia parlante che, forse per quella vicinanza che possiamo sentire attraversandola, «ci chiama al risveglio». Il progetto nasce dalla necessaria presa di coscienza della drammatica crisi climatica che sta colpendo il nostro pianeta, focalizzandosi sulle montagne come i primi testimoni silenti ma “sconvolti” del surriscaldamento globale. Non è un caso che l’artista riporti l’attenzione sui ghiacciai proprio in questo luogo: avanzando lungo la Manica Lunga, le catene montuose innevate sono protagoniste, appaiono all’orizzonte dalle grandi vetrate e “richiamano” il nostro sguardo.
Per onorare e farci raccogliere intorno al “ghiacciaio scomparso”, Cecilia Vicuña sceglie di realizzare un quipu acostado, un’unica grande installazione disposta orizzontalmente che attraversa tutto lo spazio a diverse altezze. La creazione di quipu accompagna la sua produzione artistica da decenni, il primo, del 1972, si diramava nella sua camera creando una tessitura tanto materiale quanto immaginaria, formando «a sky to communicate with other worlds»[1]. Vicuna ne parla come di un gesto spontaneo, una pratica, quella di creare nodi e tessere spazi, sedimentata nella sua memoria fisica e spirituale. Per l’artista infatti i quipu non sono solo un sistema di registrazione e di numerazione, così come sono stati spiegati nei secoli dai colonizzatori, ma sono un sistema percettivo e di pensiero, una rete che opera «concettualmente, materialmente e socialmente» nella realtà.


Sono tante le forme assunte dai quipu, a volte si caratterizzano come architetture aeree, altre si diramano a mezz’aria, a terra o intrecciano corpi di persone (quipu encounters). Ciò che rimane costante sono i materiali: lane crude e grezze restituite sotto forma di corde e fili, lasciate vergini o colorate con pigmenti naturali. Se sono i fili a essere impiegati, vengono spesso utilizzati per annodare detriti di diversa foggia recuperati da Vicuña stessa o insieme a una comunità di persone. Qualcuno si ricorderà Naufraga, presentato in occasione della 59. Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Il latte dei sogni, 2022, il quipu creato per omaggiare la laguna di Venezia, il sapere antico dei suoi pescatori e la fierezza dei suoi cittadini che cercano di proteggerla dal turismo di massa e da investitori stranieri. Qui frammenti del paesaggio lagunare, così come residui di materiali inquinanti erano sospesi nello spazio.
Tale approccio è stato sviluppato anche in occasione di “El Glaciar Ido”. Nelle settimane precedenti all’apertura un’azione collettiva ha coinvolto le comunità locali in passeggiate e nella raccolta di piccoli materiali residui provenienti dalle sponde dei vicini corsi e bacini d’acqua, come il fiume Dora Riparia e i laghi di Avigliana. Un workshop in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, ha trasformato questi materiali in un’installazione che l’artista ha affidato alla creatività di un gruppo di studentesse: Quipu “canoa / canoe – un’installazione collettiva”, 2026, collocata all’esterno e visibile da una delle grandi finestre della Manica Lunga.
Si tratta di uno dei possibili esempi di arte precario, espressione coniata dall’artista per descrivere una concezione dell’arte e del bello fondata sulla fragilità, sulla transitorietà e sul decadimento della forma. Questa prospettiva trova una particolare risonanza al Castello di Rivoli, la cui storia è profondamente intrecciata a quella dell’Arte Povera, con cui il lavoro di Vicuña condivide l’attenzione per materiali elementari, processi aperti e una concezione della materia come organismo vivo e mutevole.

Il quipu acostado richiama nella sua forma il fluire dell’acqua che, custodita dal ghiacciaio, scende a valle portando con sé la memoria millenaria di queste antiche presenze geologiche. Mentre percorro la Manica Lunga, lo spazio appare trasformato in un alveo, e il punto di arrivo – la sua foce – è un’installazione che raccoglie opere video che documentano alcune delle azioni realizzate da Vicuña sui ghiacciai e lungo i corsi d’acqua cileni. Le opere ci raccontano della relazione intrinseca che intercorre tra la sua pratica artistica e l’attivismo eco-politico e del modo in cui i quipu operano socialmente e politicamente come atti di cura, preghiera e memoria. In Semiya (Seed Song), 2015, l’artista, filmata ai piedi della catena montuosa delle Ande, a Colchagua, Cile, raccoglie e tocca con cura i semi autoctoni, in segno di salvaguardia rispetto alla minaccia delle monoculture industriali che hanno devastato il paese. In Quipu Mapocho, 2017, un quipu viene consegnato alle acque del Rio Mapocho e accompagna il loro corso dal ghiacciaio al mare. Attraversando un luogo segnato tanto dalla violenza politica (qui venivano gettati i desaparecidos, i dissidenti che Augusto Pinochet faceva torturare e assassinare lasciando le loro famiglie in un limbo di attesa) quanto dalla devastazione ambientale, il gesto di Vicuña assume il valore di una riparazione simbolica, volta a restituire alle sue acque una dimensione sacrale. Quipu de Encuentros Juncal – Aconcagua, 2024, raccoglie la documentazione di un’azione partecipativa realizzata nel Parco Andino Juncal, sito naturalistico minacciato da attività estrattive. Attraversando il paesaggio con un quipu poi affidato alle acque del fiume, il gruppo guidato dall’artista trasforma la difesa dei ghiacciai in un gesto collettivo di cura e consapevolezza.

I video ci parlano di una pratica artistica risorgiva. Per Vicuña, creare quipu significa rendere nuovamente visibili saperi e cosmologie indigene che continuano a scorrere sotto la superficie della storia “ufficiale”. Tessere e annodare equivale a entrare in relazione con il quipu “invisibile” di origine incaica, una trama di connessioni che unisce luoghi sacri, montagne, ghiacciai e corsi d’acqua, restituendo forma a una visione del mondo fondata sull’interdipendenza tra esseri, elementi e territori. Come afferma l’artista, «The quipu is a guide precisely because it was a force expressing multiple forms of society, including a virtual dimension where the people could see themselves as interconnected – not only with each other and the earth but with the cosmos, and the origin of water in intergalactic space». Il quipu si configura così come una tecnologia relazionale.

Durante tutta la visita si è accompagnati dalla voce di Vicuña. L’audio dei video si diffonde lungo l’intero spazio, dando autonomia alla poesia orale dell’artista, i quasar. Proveniente da quella che abbiamo immaginato come una foce, la voce assume una presenza atmosferica. Ricorda il vento che, in certe giornate, porta il profumo di salsedine fin dentro la città o la sorpresa quando a Torino si sentono per la prima volta i versi dei gabbiani: un varco percettivo che per un momento fa riaffiorare i nodi del quipu “invisibile” e il suo mondo fenomenico.
Dal 29 aprile al 20 settembre; Castello di Rivoli, Piazzale Mafalda di Savoia, 2, 10098, Rivoli; info.
[1] Cecilia Vicuña, Brain Forest Quipu, TATE, 2022, p. 78