Corpi da proteggere, terre da abitare. Le nuove mostre di Fondazione Elpis a Milano

“Raptor del Sol”, 2026. Veduta dell’allestimento. Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave / DSL Studio

Dal 16 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, gli spazi della Lavanderia ospitano “Phantom Armour”, collettiva di Giammarco Cugusi, Sarah Margnetti, Luca Petti, Maria Positano e Lorenzo Zerbini, a cura di Veronica Botta, e “Raptor del Sol”, prima grande mostra istituzionale della compositrice e artista Carlota Gadea Marqués, a cura di Threes Productions. Di cosa abbiamo bisogno per proteggerci? E che cosa rende possibile la vita in un ambiente che cambia? Sono due interrogativi che attraversano le nuove mostre di Fondazione Elpis a Milano. Da una parte il corpo, con le sue fragilità e i suoi dispositivi di difesa; dall’altra la terra, con le trasformazioni geologiche che ne determinano le condizioni di abitabilità. In entrambi i casi, la materia non è qualcosa di immobile, ma una sostanza che si modifica, si consuma, si rigenera e conserva le tracce del proprio passaggio nel tempo.
La sede della Fondazione, istituita nel 2020 dall’imprenditrice e collezionista Marina Nissim, occupa un’ex lavanderia industriale di fine Ottocento, tra via Orti e via Lamarmora, nel quartiere di Porta Romana; un edificio nato per il lavoro e la trasformazione materiale oggi destinato alla produzione e alla sperimentazione artistica. La relazione tra pratica artistica e contesto è, del resto, uno degli elementi che caratterizzano l’attività di Fondazione Elpis, a partire da Una Boccata d’Arte, il progetto che ogni anno coinvolge venti artisti in altrettanti borghi italiani.

“Phantom Armour”, 2026. Veduta dell’allestimento. Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave / DSL Studio

“Phantom Armour”. Le forme della protezione
Un’armatura protegge il corpo, ma ne delimita anche i movimenti. Può nascondere, difendere, isolare, diventare un’estensione della pelle oppure un ostacolo alla relazione con l’esterno. Che cosa accade, allora, quando questa protezione diventa invisibile, quando dell’armatura resta soltanto una presenza immaginata? È da questa ambiguità che prende forma “Phantom Armour”, il progetto curato da Veronica Botta che riunisce cinque artisti attraverso installazioni, interventi pittorici, suono e luce. Il titolo, traducibile come “armatura fantasma”, suggerisce una protezione che non coincide necessariamente con una struttura solida. Può assumere la forma di una membrana, di un ornamento, di una traccia o di una presenza che si manifesta soltanto attraverso i suoi effetti. La mostra si sviluppa tra il pianterreno e il primo piano della Lavanderia, combinando opere esistenti, nuove produzioni e interventi site-specific. Il percorso è concepito come un sistema di corrispondenze, nel quale le opere modificano la percezione dello spazio attraverso ombre, riflessi, superfici e variazioni luminose.
Nella ricerca di Maria Positano, la scultura diventa un processo aperto di trasformazione. L’artista, nata a Londra nel 1995 e attiva a Napoli, lavora con materiali fragili, di recupero e di scarto, interrogando il rapporto tra difesa e vulnerabilità. Le sue forme ibride suggeriscono corpi che non possono essere considerati entità chiuse e autosufficienti, ma organismi continuamente esposti all’incontro con l’altro. La protezione, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con la resistenza della materia, ma può manifestarsi anche attraverso la sua precarietà.
Un’altra idea di organismo attraversa il lavoro di Luca Petti, che indaga le trasformazioni prodotte dall’intervento umano sugli ecosistemi. Le sue sculture e installazioni incorporano elementi organici, frammenti biologici e processi di innesto, dando forma a creature ibride, sospese tra il mondo vegetale, animale e umano. Sono organismi che sembrano appartenere a un futuro possibile, nel quale le distinzioni tra naturale e artificiale hanno progressivamente perso consistenza. La protesi, anziché limitarsi a compensare una mancanza, diventa una possibilità di trasformazione.

“Phantom Armour”, 2026. Veduta dell’allestimento. Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave / DSL Studio

Il rapporto con le forme di vita non umane ritorna nella pratica di Lorenzo Zerbini, che, nato nel 2000, è il più giovane degli artisti in mostra. Attraverso materiali come cera, sapone, semi, rame e bioplastica, la sua ricerca si confronta con ciò che abitualmente viene considerato marginale o indesiderabile: lumache, insetti, piante invasive e parassiti – organismi che mettono in discussione una visione della natura costruita intorno alla centralità dell’essere umano. Le sue opere assumono la forma di tracce e apparizioni, suggerendo altre possibilità di convivenza e appartenenza.
Se questi lavori interrogano i confini tra i corpi, Sarah Margnetti interviene su quelli dell’architettura. Formata anche nelle tecniche della pittura decorativa, l’artista svizzera utilizza il trompe-l’œil e il linguaggio dell’ornamento per costruire immagini che attraversano pareti e superfici. Frammenti anatomici e figure parziali sembrano emergere dagli elementi architettonici, trasformando lo spazio in una sorta di pelle. La pittura quindi non si limita a occupare una superficie, ma ne altera la percezione, modificando il rapporto tra ciò che contiene e ciò che viene contenuto.
La dimensione rituale entra invece nella ricerca di Giammarco Cugusi, che intreccia tecnologia, immagine e partecipazione attraverso azioni capaci di mettere in discussione convenzioni e strutture di potere. La vulnerabilità diventa, nel suo lavoro, una condizione attraverso la quale immaginare nuove forme di relazione collettiva.
Questa componente partecipativa si estende al programma pubblico della mostra. Il 7 novembre, un laboratorio condotto dall’orafa Margherita Potenza inviterà i partecipanti a realizzare gioielli e amuleti attraverso la tecnica della cera persa, riprendendo l’idea dell’ornamento come dispositivo di protezione. Il 12 dicembre, invece, Cugusi presenterà Santa Lucia, un’azione performativa che rielabora l’iconografia della santa attraverso movimento, food design e convivialità.

Sarah Margnetti, A Thin Veil, 2026. “Phantom Armour”, Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave / DSL Studio

“Raptor del Sol”. La ricerca dell’acqua, dal corpo alla terra
Se “Phantom Armour” si interroga sulle forme della protezione, “Raptor del Sol” sposta la questione sulla sopravvivenza: che cosa permette a un organismo di continuare a vivere quando il territorio che abita si trasforma?
Nel basement della Lavanderia, Carlota Gadea Marqués, compositrice e artista nata a Ibiza nel 1993, presenta un progetto che attraversa mitologia, geologia, ricerca scientifica e sperimentazione sonora. Curata da Threes Productions, la mostra costituisce il quarto capitolo di Basement, il programma annuale di Fondazione Elpis dedicato alle intersezioni tra suono, performance e installazione. Il progetto nasce dai paesaggi vulcanici delle Isole Canarie e dalla relazione che gli antichi abitanti guanci intrattenevano con i vulcani, considerati luoghi sacri e pericolosi. Secondo la tradizione, all’interno del Teide era imprigionato Guayota, una divinità demoniaca che aveva rapito il Sole, condannando la terra alla siccità. Il mito diventa il punto di partenza di una riflessione sulle condizioni che rendono possibile la vita: l’acqua, la sua assenza e la capacità degli organismi di adattarsi a un ambiente ostile. Il percorso si articola in tre ambienti, concepiti come altrettanti stati geologici: accumulo, pressione e rilascio. Una progressione che conduce dal corpo umano alla dimensione planetaria, attraverso forme differenti di ascolto e osservazione.
Nella prima sala, il corpo diventa lo strumento attraverso il quale manifestare la necessità dell’acqua. In occasione dell’inaugurazione, il 16 ottobre, viene presentata un’unica volta El Uc, performance coreografata e interpretata da Sofya Shaikut, che riprende un precedente lavoro di Gadea Marqués. Il titolo deriva dall’“uc”, un lungo grido tradizionalmente lanciato nei campi di Ibiza per invocare la pioggia o trasmettere messaggi a distanza. Il grido, destinato a esaurirsi nel momento stesso in cui viene emesso, lascia però una traccia. La performance prevede infatti che il corpo imprima segni sulla parete, destinati a rimanere visibili per tutta la durata dell’esposizione. Ciò che scompare come suono sopravvive nella materia. Accanto a questa presenza effimera, i dipinti dedicati a Guayota ritraggono figure umane colte in una metamorfosi incompleta, tra carne, minerale e sembianze canine. Racchiuse tra strati di vetro colorato nei toni dell’olivina e dell’ambra vulcanica, le immagini sembrano incorporarsi nella materia stessa che le contiene.

Carlota Gadea Marqués, 824 / 856, 2026. “Raptor del Sol”, Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave / DSL Studio

La seconda sala sposta l’attenzione dal corpo al paesaggio. Un filmato di quindici minuti, girato tra i vulcani Teide, Tajogaite e Timanfaya, mette in relazione immagini del territorio, infrastrutture e presenze umane, senza ricorrere a una narrazione verbale. Il paesaggio vulcanico appare come un luogo nel quale distruzione e rigenerazione possono appartenere allo stesso processo. A Tajogaite, dove l’eruzione del 2021 ha sepolto case e strade sotto nuovi strati di basalto, la lava viene oggi estratta e frantumata per produrre cemento destinato alla ricostruzione. A Timanfaya, invece, la coltivazione della vite sfrutta la capacità della cenere vulcanica di trattenere l’umidità, rendendo produttivo un terreno apparentemente inospitale. A queste immagini si affianca un ulteriore passaggio di scala: Lanzarote è utilizzata anche per l’addestramento degli astronauti europei, impegnati a studiare paesaggi analoghi a quelli marziani e a riconoscere nel terreno le tracce dell’acqua. La colonna sonora del film, composta a partire da registrazioni effettuate sui vulcani e successivamente elaborate elettronicamente, intreccia il suono del territorio con suggestioni provenienti dalla fantascienza.
L’ultimo ambiente concentra questa ricerca in un unico elemento: un cristallo di olivina, minerale formatosi nel mantello terrestre e portato in superficie dalle eruzioni. Collocato nell’oscurità e illuminato da un raggio che richiama il colore del cielo marziano, il cristallo diventa il centro di un’installazione sonora. Attraverso la spettroscopia Raman, la sua struttura molecolare viene analizzata e tradotta in suono. La stessa tecnica è prevista tra gli strumenti di ricerca del rover europeo Rosalind Franklin, progettato per indagare la presenza di tracce di vita passata su Marte. L’olivina, inoltre, può reagire con l’acqua attraverso processi chimici che producono idrogeno, un elemento rilevante per lo studio delle condizioni favorevoli alla vita. Il minerale, apparentemente immobile e silenzioso, diventa il punto di arrivo di un percorso iniziato con un grido. Dal corpo che invoca la pioggia alla materia che conserva informazioni sulle trasformazioni del pianeta, Gadea Marqués utilizza il suono per rendere percepibili fenomeni che appartengono a scale temporali e spaziali difficilmente accessibili all’esperienza umana.
Nelle due mostre di Fondazione Elpis, il corpo è una superficie attraversata da forze esterne, un organismo che si modifica a contatto con altri esseri e materiali, una presenza che lascia tracce anche quando scompare. Dalle armature immateriali di “Phantom Armour” ai paesaggi vulcanici di “Raptor del Sol”, protezione e sopravvivenza diventano due modi di interrogare la necessità di trasformarsi per continuare a esistere.

Per saperne di più

Fondazione Elpis — Milano — Phantom Armour — Raptor del Sol