Le mostre di novembre. Una guida a 10 mostre in Italia

Dopo un ottobre scandito dalle fiere internazionali, da Frieze London ad Art Basel Paris, senza dimenticare Paris Internationale e OFFSCREEN, dove abbiamo ritrovato anche la scena artistica italiana, tra la personale “Sete” di Pietro Moretti da Romero Paprocki e il lavoro di Valentina Furian presentato da UNA Galleria, l’attenzione si sposta su Torino. In occasione di Artissima e della Torino Art Week, la città inaugura una stagione di grandi mostre: dal progetto in tre atti dedicato a Marisa Merz, nel centenario della nascita, alla retrospettiva di Alberto Savinio alla Pinacoteca Agnelli, che presenta anche i nuovi lavori di Chris Ofili in dialogo con Édouard Manet e un intervento di Iris Touliatou sulla Pista 500.
Il nostro itinerario di novembre attraversa l’Italia, da Milano e Torino alla Spezia, da Roma a Prato, fino a Fermo e Termoli. Dieci appuntamenti che mettono in dialogo generazioni e linguaggi differenti: dalle riletture storiche di Francesco Clemente e Luciano Fabro alle ricerche contemporanee di Lorenza Longhi, Alessandro Di Pietro ed Elisa Giardina Papa. A Roma, Marina Abramović celebra i suoi ottant’anni con una mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che accosta alcune delle performance più significative della sua carriera ai Transitory Objects; al MAXXI, Sophie Calle ripercorre quasi cinquant’anni di ricerca attraverso storie di amori, separazioni e assenze, mentre da Basement Sophia Al-Maria e Lydia Ourahmane fanno di una corrispondenza fatta di messaggi vocali, confessioni e silenzi una riflessione sull’intimità e sulle relazioni a distanza. Se per Sophie Calle tutto comincia da una fine, molte mostre di novembre sembrano darle ragione: Lorenza Longhi ridà vita a tessuti e oggetti scartati, Alessandro Di Pietro immagina un prototipo che arriva quando il processo è già concluso, Elisa Giardina Papa segue un’isola emersa e scomparsa nel giro di pochi mesi. A ben guardare, nessuna di queste storie si chiude davvero.

1. “Phantom Armour” e “Raptor del Sol” – Fondazione Elpis, Milano (fino al 31 gennaio 2027)
Alla Lavanderia di Fondazione Elpis, due progetti esplorano il rapporto tra materia, percezione e trasformazione. “Phantom Armour”, collettiva curata da Veronica Botta, riunisce Giammarco Cugusi, Sarah Margnetti, Luca Petti, Maria Positano e Lorenzo Zerbini intorno all’immagine di un’armatura invisibile, intesa come difesa ma anche come membrana, ornamento o presenza. Installazioni, pittura, luce e suono modificano la percezione degli ambienti, costruendo un percorso in cui le opere sembrano estendersi oltre i propri confini. Al piano interrato, “Raptor del Sol”, personale di Carlota Gadea Marqués a cura di Threes Productions, sposta invece l’attenzione verso la materia vulcanica e le sue possibilità sonore. Due ricerche differenti, accomunate dall’idea che la materia non sia mai del tutto immobile.

“Phantom Armour”, 2026. Veduta dell’allestimento. Fondazione Elpis, Milano. Foto di Melania Dalle Grave, DSL Studio

2. “Francesco Clemente. Opere 1975-1980. Il primato del disegno” – CAMeC, La Spezia (fino al 29 marzo 2027)
Prima della pittura, il disegno. La mostra curata da Francesco Guzzetti al CAMeC ricostruisce gli anni della formazione di Francesco Clemente, tra il 1975 e il 1980, quando l’artista sviluppa un linguaggio fondato sulla soggettività, sull’immaginazione e su un repertorio di immagini in continua trasformazione. Nel clima politico e culturale degli anni Settanta, segnato dalla crisi delle grandi narrazioni collettive, Clemente cerca una diversa possibilità espressiva, lontana dalla presunta oggettività dell’immagine fotografica. Dalle composizioni fotografiche derivate da Polaroid ai disegni, emergono il corpo, il sogno, la sessualità e la spiritualità orientale, temi destinati ad attraversare tutta la sua ricerca. Il disegno si afferma allora come uno spazio di libertà in cui l’identità può ridefinirsi. L’esposizione inaugura il progetto “Oltreconfine. Arte italiana 1968-1989”, dedicato alle vicende meno esplorate dell’arte italiana del secondo Novecento.

3. “Marisa Merz – La danza delle ore” – Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM, Torino (fino al 4 aprile 2027)
Il tempo dell’arte può coincidere con quello della vita quotidiana, senza che sia possibile distinguere nettamente l’uno dall’altro. Nel centenario della nascita di Marisa Merz, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM di Torino dedicano all’artista un progetto espositivo articolato in tre atti, che restituisce il carattere aperto e mutevole della sua ricerca. Al Castello di Rivoli, diverse opere indagano la dimensione ambientale e spirituale del suo lavoro, in dialogo con dieci artiste contemporanee. La Fondazione Merz approfondisce i processi creativi e le possibilità di trasformazione dei materiali, mentre la GAM guarda alla casa come luogo di produzione, sperimentazione e vita. A completare il percorso, un nuovo lavoro di Tacita Dean dedicato alla casa-studio dell’artista. Più che ricostruire una vicenda conclusa, “La danza delle ore” suggerisce come le opere di Merz continuino a sottrarsi a ogni forma definitiva, tra gesti ripetuti, fragilità e metamorfosi.

Marisa Merz, Preghiera, senza data. Tecnica mista su carta vegetale. Courtesy Collezione Merz, Torino. Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio

4. “Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi” – MAXXI, Roma (fino al 7 febbraio 2027)
Dalla fine degli anni Settanta Sophie Calle fa delle esperienze più intime dispositivi narrativi, affidando a fotografie, testi, video e rituali il compito di interrogare ciò che resta dopo una separazione o una perdita. La mostra curata da Simona Antonacci al MAXXI, la più ampia monografica dedicata all’artista in Italia, riunisce otto progetti realizzati tra il 1978 e il 2026. Il percorso attraversa la fine delle relazioni, il lutto, i desideri irrealizzati e i progetti incompiuti, sfumando i confini tra autobiografia e finzione. A questi lavori si aggiunge un’installazione permanente nel Cimitero Acattolico per gli Stranieri di Roma. Nell’universo di Calle, raccontare non significa semplicemente conservare la memoria di qualcosa che è scomparso: significa costruire, attraverso regole e gesti precisi, un’altra possibilità di relazione con ciò che non c’è più.

“Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi”, 2026. Veduta dell’allestimento. MAXXI, Roma. Courtesy Fondazione MAXXI. Foto di Vincenzo Labellarte

5. “Marina Abramović: Historical Works and Transforming Energy” – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma (dal 18 novembre 2026 al 4 aprile 2027)
Dalla resistenza fisica alla ricerca di una diversa relazione tra corpo e materia. In occasione dell’ottantesimo compleanno di Marina Abramović, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta una mostra che accosta alcune opere fondamentali della sua carriera, tra cui Imponderabilia, Balkan Baroque e The Artist Is Present, alla serie dei Transitory Objects. Dopo la presentazione veneziana, “Transforming Energy” arriva a Roma in una versione ampliata, invitando il pubblico a interagire con strutture realizzate con pietre e minerali, sulle quali è possibile sedersi, sdraiarsi o sostare in piedi. Il corpo, da strumento della performance e luogo di esposizione al limite, si fa tramite di un’esperienza che Abramović mette in relazione con il tempo geologico e con le proprietà energetiche attribuite ai materiali.

Marina Abramović, “Transforming Energy”, 2026. Veduta dell’allestimento. Gallerie dell’Accademia, Venezia. Foto di Matteo De Fina

6. Sophia Al-Maria e Lydia Ourahmane, “if we could just talk in person” – Basement, Roma (fino al 27 novembre 2026)
Che cosa si può trasmettere a voce, là dove una lettera non riesce ad arrivare? Da Basement, Sophia Al-Maria e Lydia Ourahmane trasformano una corrispondenza personale in una riflessione sulle possibilità e sui limiti della comunicazione a distanza, una condizione che sempre più ci riguarda. Le due artiste, che si sono conosciute a Delfi nel 2019, hanno costruito nel tempo un rapporto fatto di incontri, separazioni, messaggi vocali e conversazioni attraverso continenti diversi. “if we could just talk in person”, la loro terza mostra realizzata insieme e la prima in Italia, nasce da questa relazione intermittente, in cui la distanza può diventare tanto uno spazio di intimità quanto una forma di smarrimento. Il messaggio vocale, che custodisce un contenuto sconosciuto fino al momento dell’ascolto, è una figura dell’incertezza che attraversa ogni relazione. Tra confessione, desiderio e silenzio, la mostra si chiede che cosa sopravviva quando la presenza fisica viene meno.

Sophia Al-Maria e Lydia Ourahmane, “if we could just talk in person”, 2026. Veduta dell’allestimento. Basement Roma. Courtesy delle artiste e Basement Roma. Foto di Daniele Molajoli

7. Lorenza Longhi, “Villa Delizia” – Centro Pecci, Prato (fino al 10 gennaio 2027)
Nella prima personale istituzionale italiana di Lorenza Longhi, curata da Michele Bertolino al Centro Pecci, tessuti, passamanerie, oggetti di design e materiali di recupero diventano strumenti per indagare la costruzione del gusto e del desiderio nella società contemporanea. L’artista interviene sull’architettura dell’Ala Nio, trasformando lucernari, sedute e superfici attraverso decorazioni, assemblaggi e lavorazioni tessili. Le grandi tele realizzate per l’occasione incorporano stoffe provenienti da manifatture del territorio pratese, sottoposte a serigrafie e floccature. Attraverso il riuso, l’errore e l’improvvisazione, Longhi sottrae gli oggetti alle logiche di efficienza e consumo che ne determinano il valore. Ne emerge un ambiente seducente e ambiguo, in cui la raffinatezza formale convive con una riflessione sui meccanismi economici e culturali che orientano il nostro sguardo.

Lorenza Longhi, “Villa Delizia”, 2026. Veduta dell’allestimento. Centro Pecci, Prato. Courtesy Centro Pecci, Prato. Foto di Alessandro Saletta, DSL Studio

8. Alessandro Di Pietro, “Posthumous Mock-Ups” – Karussell, Fermo (fino al 30 novembre 2026)
E se il prototipo arrivasse alla fine, anziché all’inizio del processo produttivo? È il paradosso da cui prende forma “Posthumous Mock-Ups”, il progetto di Alessandro Di Pietro curato da Matilde Galletti e presentato da Karussell negli spazi FermoTech dell’ex mercato coperto di Fermo. Se nella produzione industriale il prototipo precede la moltiplicazione degli oggetti, nella ricerca dell’artista questo rapporto viene rovesciato: è l’opera a generare una forma provvisoria, aperta a sviluppi che potrebbero non realizzarsi mai. Realizzati in collaborazione con FermoTech e l’Istituto Tecnico Tecnologico Montani, i lavori riflettono sulla relazione tra invenzione, temporalità e possibilità di produzione. Il carattere postumo evocato dal titolo non coincide necessariamente con una conclusione: è piuttosto la condizione da cui ripensare l’identità stessa dell’opera e il suo rapporto con il futuro.

Alessandro Di Pietro, Bébé Colère – City of Clocks and Paws, 2022. Cera, resina, 30 × 35 cm. Courtesy zazà Galleria, Milano. Foto di Lea Eouzan-Pieri

9. Elisa Giardina Papa, “Blu a occhiu nuru” – MACTE, Termoli (fino al 30 gennaio 2027)
Un’isola può rifiutarsi di appartenere a uno Stato? Nel 1831 un’eruzione sottomarina nel Mediterraneo fece emergere una nuova isola tra Sicilia e Tunisia, immediatamente contesa dalle potenze europee e scomparsa pochi mesi dopo sotto il livello del mare. Da questa vicenda Elisa Giardina Papa sviluppa She Flickered In and Out of History, il film al centro della personale “Blu a occhiu nuru”, curata da Caterina Riva al MACTE. Attraverso una ricerca condotta tra archivi storici, collezioni geologiche e istituzioni scientifiche, l’artista ricostruisce una storia in cui i processi naturali si intrecciano alle pretese di sovranità e ai confini politici. Il film, accompagnato da un poema in siciliano e da una colonna sonora originale di duendita, dialoga con sculture in vetro blu dalla forma di linguacce. La vicenda dell’isola apre così una riflessione sulle narrazioni con cui gli Stati tentano di appropriarsi anche di ciò che, per sua natura, continua a trasformarsi.

10. “Luciano Fabro. Abitare lo spazio” – Pirelli HangarBicocca, Milano (fino al 21 febbraio 2027)
Si può abitare una scultura? Per Luciano Fabro (1936-2007), tra i protagonisti dell’Arte povera, lo spazio non era un semplice contenitore delle opere, ma una materia da trasformare attraverso il corpo, lo sguardo e il movimento. “Abitare lo spazio”, la prima retrospettiva museale dedicata all’artista in Italia dopo la sua scomparsa, riunisce nelle Navate di Pirelli HangarBicocca circa cinquanta sculture e installazioni, dagli esperimenti percettivi degli anni Sessanta alle grandi strutture ambientali degli ultimi decenni. Al centro del percorso sono gli habitat, architetture temporanee spesso costruite con pareti di carta, aperture e passaggi, pensate per accogliere le opere e modificare l’esperienza di chi le attraversa. Tra questi, l’Habitat (di Rotterdam), concepito nel 1981 per il Museum Boijmans Van Beuningen e ricostruito sulla base dei progetti originali, ospita una ventina di lavori, comprese alcune delle celebri Italie. Da In cubo (1966), uno spazio misurato sulle dimensioni del corpo, a Lo spirato (1968-1973), dove un giaciglio di marmo evoca una presenza assente, Fabro mette in discussione i confini tra oggetto e ambiente. Una scultura che chiede a chi la guarda di prendere posizione nello spazio.