Imprendibili, ma intercettabili. Storie dalla Torino Art Week 2026

L’imprendibile Marisa Merz. Imprendibili sono i suoi volti, che affiorano e si dissolvono nella materia. Imprendibili sono i suoi angeli, sospesi tra il visibile e l’invisibile, tra la dimensione domestica e quella spirituale, eppure capaci di sporcarsi delle cose della vita, come suggerito da Chiara Bertola, direttrice della GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) di Torino, durante la visita alla mostra “La danza delle ore”. Imprendibili sono lo sguardo e il tempo, evocato dallo stesso titolo. La luce attraversa le reti metalliche e si posa sulle sculture, trasformandone continuamente l’aspetto. Affiorano anche le parole scritte dall’artista.
Nel centenario della nascita, la mostra dedicata a Marisa Merz si articola in tre sedi, GAM, Fondazione Merz e Castello di Rivoli, e in altrettante prospettive su una ricerca che ha fatto della trasformazione una condizione permanente. Alla GAM, la casa è il punto di partenza. Le Living Sculptures, realizzate a partire dal 1965 con sottili lamine di alluminio, sono presenze leggere e mobili, sensibili all’aria e allo spazio circostante. Bertola si sofferma anche sui volti, che attraversano la produzione dell’artista senza diventare mai ritratti definitivamente riconoscibili. È come se l’immagine fosse sempre sul punto di apparire. Emerge poi la casa-laboratorio di Merz, ricostruita attraverso fotografie, opere, materiali e tracce della loro disposizione originaria: uno spazio nel quale il soffitto, la luce e persino l’aria partecipano all’esistenza delle sculture.



Al Castello di Rivoli, il racconto si allarga. La ricostruzione di E il naufragar m’è dolce in questo mare, installazione presentata nel 1980 alla galleria Tucci Russo e poi, in una nuova versione, alla Biennale di Venezia, restituisce la dimensione ambientale del lavoro di Merz. Attorno alle sue opere si dispongono quelle di dieci artiste contemporanee, in un confronto che non cerca semplicemente di stabilire un’eredità, ma mostra quanto una ricerca possa continuare a generarne altre. Alla Fondazione Merz, invece, tornano in primo piano il processo creativo e il rapporto con i materiali. Le fotografie di Tacita Dean, esposte qui e alla GAM, e il suo film, visibile al Castello di Rivoli, entrambi realizzati nella casa-studio dell’artista, aggiungono un ulteriore livello: lo sguardo di chi entra in un luogo segnato da un’assenza e vi trova ancora qualcosa da vedere. Ciò che non si lascia prendere, però, si può ancora intercettare: a Torino, in questi giorni, molte mostre vanno a cercarlo nelle case, negli archivi e nelle memorie familiari.

Al MAO (Museo d’Arte Orientale), dove presenta fino al 10 gennaio 2027 “Archivio”, a cura di Andrea Anastasio, nell’ambito di “Declinazioni Contemporanee #4”, Dayanita Singh, presente durante la visita, osserva le proprie opere in dialogo con la collezione del museo. «It’s like if they did a long tour and now come back home»: come se avessero compiuto un lungo viaggio e fossero finalmente tornate a casa. Il viaggio è quello del progetto, arrivato qui dopo l’Archivio di Stato di Venezia e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Blue Measures e Time Measures, fotografie di fasci di documenti avvolti nei tessuti, come si conservano negli archivi indiani: il primo degli archivi che si incontrano in questo percorso. Sempre al MAO, “Soul Out” di Song Dong trasforma la memoria familiare in una questione di spazio, materia e accumulazione. In Waste Not, gli oltre diecimila oggetti conservati dalla madre Zhao Xiangyuan raccontano una vita attraverso ciò che è stato trattenuto, anche quando sembrava non servire più. Sono gesti di cura, abitudini, paure della perdita, ma anche testimonianze di trasformazioni sociali. In Borrow Light, invece, le lampade prestate dagli abitanti di Torino portano nel museo frammenti di altre case.



Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Andrea Bowers racconta la ricerca condotta per “La Ragnatela”, la mostra dedicata alle attiviste femministe e antinucleari del campo delle donne di Comiso, che portava lo stesso nome e nacque nel 1983 contro l’installazione di una base militare NATO. Fotografie, materiali e testimonianze sono riemersi da archivi privati, grazie a un lavoro di ricerca che ha permesso di rintracciare alcune delle protagoniste. Bowers riferisce che quelle donne avevano cominciato a pensare che nessuno fosse più interessato alla loro esperienza. Vedere i documenti esposti e altre persone avvicinarsi alla loro storia ha avuto per loro un significato particolare. Ma è accaduto anche qualcosa di inatteso: la ricerca ha contribuito a ricostruire rapporti tra persone che avevano perso i contatti. L’archivio non è stato soltanto recuperato. Ha ricominciato a funzionare come una rete.

È un episodio che offre una prospettiva sugli archivi d’artista torinesi, sempre più spesso luoghi di produzione e confronto anziché semplici depositi di memoria. Nella nuova sede dell’Archivio Carol Rama, in via Andorno, “La libertà dei piromani”, curata da Olga Gambari e Cristina Mundici, metteva in relazione cinque opere di Rama con altrettanti lavori di Guglielmo Castelli, quattro dei quali inediti. Il confronto univa generazioni e linguaggi differenti, senza cercare una discendenza troppo lineare. Il titolo nasceva dal ricordo, da parte di Castelli, di un’intervista in cui Rama definiva la libertà un concetto relativo: per un piromane consisteva nell’appiccare il fuoco. Una provocazione che conservava qualcosa della sua irriducibilità e che Castelli raccoglieva senza addomesticarla.
Tornando alla Sandretto, con “Choreography of the Latent” Aziza Kadyri parte da una storia che non ha mai potuto compiersi. Sua nonna avrebbe voluto diventare una danzatrice tradizionale nell’Uzbekistan sovietico degli anni Cinquanta del Novecento, ma le aspettative familiari, sociali e politiche le impedirono di realizzare quel desiderio. Attraverso tecnologie di acquisizione del movimento, elaborazione digitale e machine learning, Kadyri immagina una coreografia mai eseguita. I movimenti prendono forma in un video e diventano il punto di partenza per la realizzazione di sculture. La danza mancata acquista così una presenza materiale. È un’altra danza che attraversa Torino. Se per Marisa Merz lo spazio domestico era il luogo in cui l’arte nasceva insieme alla vita, per la nonna di Kadyri è anche quello in cui un desiderio è rimasto inespresso. L’arancione dell’installazione, i tappeti, il calore degli ambienti evocano proprio quella dimensione domestica. È un lavoro sulla memoria, ma soprattutto su ciò che non è mai accaduto.



Alla Pinacoteca Agnelli, “Alberto Savinio. Souvenir” affronta il ricordo come costruzione immaginativa, un montaggio di immagini, miti e figure ibride in cui l’infanzia non è un tempo perduto, ma una riserva inesauribile di invenzioni. Con “Laure. Chris Ofili & Édouard Manet”, Ofili si confronta invece con il ritratto di una donna nera dipinto da Manet intorno al 1862 e conservato nella collezione della Pinacoteca. A lungo indicata solo con un epiteto razzista, la modella è stata identificata come Laure grazie alle ricerche sui documenti dell’artista: Ofili parte da qui per interrogare il modo in cui la storia dell’arte ha nominato, rappresentato e spesso cancellato l’identità dei propri soggetti. Sulla Pista 500, Iris Touliatou introduce con Vehicles una finzione pubblicitaria legata all’apprendimento del linguaggio degli uccelli, facendo emergere le contraddizioni delle regole che disciplinano uno spazio abitato anche da presenze non umane.
Al centro della settimana, Artissima conferma la propria capacità di richiamare a Torino gallerie, artisti, collezionisti e curatori, alimentando un confronto che si estende ben oltre gli spazi della fiera. È anche questa vitalità a rendere la Torino Art Week un’occasione per attraversare la città e scoprire realtà differenti, dalle grandi istituzioni agli spazi indipendenti.
E poi c’è la scena più giovane. All’Archivio Salvo, “Mouëtte & Chardon” di Daniele Milvio e Giangiacomo Rossetti, a cura di Gigiotto Del Vecchio, prende avvio dai bar dipinti da Salvo per interrogare uno spazio quotidiano fatto di attese, incontri, solitudini e possibilità impreviste. Il bar come luogo liminale, di incontro ma anche di produzione. Un posto in cui si può essere soli insieme agli altri, dove si torna per abitudine ma può sempre succedere qualcosa. Anche qui l’archivio non si limita a conservare: offre il punto di partenza per nuove interpretazioni. A Villa Chiuminatto, negli spazi della Fondazione BuonoLopera, “Avanzi di un mondo di sogno”, a cura di Almanac, riuniva Benni Bosetto, Davide La Montagna e Martina Laruffa intorno a frammenti, desideri e residui di esperienze difficili da ricomporre. “New Gen 2026”, quarta edizione del percorso di formazione per artisti under 30 condiviso dagli spazi indipendenti Almanac, Cripta747 e Mucho Mas!, si chiude con una collettiva ad Almanac, visitabile fino al 18 dicembre. A completare il percorso, gli open studio, che aprono al pubblico i luoghi di lavoro di una nuova generazione di artisti.
Opere che tornano a casa dopo un lungo viaggio, un archivio che ricostruisce legami interrotti, una danza mai eseguita che trova finalmente un corpo. Storie diverse che raccontano un passato tutt’altro che immobile, capace di riemergere, trasformarsi. Di restare, in fondo, imprendibile, ma intercettabile.