Una memoria in movimento. Dentro l’archivio della Libreria delle donne di Milano

di | 12 ott 2026
Archivio Libreria delle donne, Milano. Courtesy della Libreria delle donne, Milano 

Libri quasi introvabili, riviste, documenti, carteggi, manifesti, fotografie. L’archivio della Libreria delle donne di Milano racconta cinquant’anni di cultura e politica femminista attraverso materiali molto diversi, accumulati nel corso di una storia cominciata nell’ottobre del 1975, quando la Libreria apre in via Dogana 2, a pochi passi dal Duomo.
A fondarla sono quindici donne, tra cui Lia Cigarini, Luisa Muraro e Giordana Masotto, in una Milano attraversata da una stagione di intensa mobilitazione politica. L’idea era creare uno spazio autonomo nel quale far circolare libri scritti da donne e, insieme, un luogo in cui incontrarsi, discutere e costruire nuove forme di relazione. L’esperienza guardava alla parigina Librairie des femmes, legata al gruppo Psychanalyse et Politique, ma trovò presto una propria fisionomia. Nel corso degli anni, l’attività e la frequentazione quotidiana della Libreria hanno prodotto e raccolto materiali molto diversi tra loro che, se da una parte tengono traccia della storia del luogo, dall’altra restituiscono la preziosa trama di rapporti attraverso cui si è sviluppata questa parte fondamentale del femminismo italiano.

Archivio Libreria delle donne, Milano. Courtesy della Libreria delle donne, Milano 

È proprio tale natura a rendere difficile parlare dell’archivio della Libreria delle donne come di un corpo unitario. I materiali che ne raccontano la storia si trovano infatti, per ragioni contingenti, distribuiti tra luoghi e fondi differenti: in particolare, nel 1999 l’archivio storico della Libreria delle donne, contenente documenti raccolti a partire dalla sua nascita, è stato ceduto in comodato alla Fondazione Elvira Badaracco, dove è stato inventariato e reso consultabile. Oggi costituisce l’Archivio politico della Libreria delle donne di via Dogana, circa venti metri lineari di documentazione comprendente le carte relative alla gestione della Libreria, riviste italiane e straniere, atti di convegni, opuscoli, bibliografie, schedari, rassegne stampa, corrispondenze, volantini, manifesti e materiali prodotti da centri e gruppi femministi. La separazione fisica, però, non limita i rapporti che hanno generato questi materiali: le carte, anzi, si richiamano a vicenda. Documenti relativi alla Libreria riemergono negli archivi personali delle donne che l’hanno frequentata, mentre fondi privati finiscono a loro volta per intrecciarsi con la sua storia.
Nell’attuale sede della Libreria delle donne, in via Pietro Calvi, si trova e continua a crescere un altro nucleo fondamentale del suo patrimonio: le riviste pubblicate nel corso degli anni, dalla storica «Sottosopra», divenuta dal suo primo numero nel 1973 uno dei principali luoghi di elaborazione del pensiero femminista, a «Via Dogana», rivista di pratica politica nata nel 1991 e pubblicata in forma cartacea per centoundici numeri fino al 2014, per poi proseguire online come «Via Dogana 3», e «Aspirina», rivista satirica disegnata e scritta, ideata da Pat Carra e pubblicata in forma cartacea dal 1987 al 1991, prima della successiva ripresa online. A questi materiali si aggiungono i cataloghi, la Cartella delle artiste, i documenti del Circolo della Rosa, nato nel 1990 per iniziativa di un gruppo di donne della Libreria e dell’UDI (Unione Donne in Italia) come spazio dedicato alla libera circolazione del sapere femminile e, dal 2001, ospitato nei locali adiacenti alla Libreria in via Pietro Calvi, oltre ad alcuni fondi personali di passate socie. Un insieme eterogeneo, quindi, frutto di una storia collettiva fatta in gran parte con le tracce delle singole vite.

La Libreria delle donne continua a essere definita dalle sue socie come una realtà «composita e in movimento». È un’espressione che riguarda la sua struttura, volutamente ridotta al minimo e fondata sulla pratica dello stare insieme, ma dice qualcosa anche della capacità mutevole di questo luogo. La recente costituzione come ente del Terzo settore si può leggere infatti in continuità con questa capacità di trasformarsi e rinnovarsi, volendo ora una forma giuridica in grado di sostenere attività che nel tempo si sono fatte molto diverse da quella commerciale. Conservare, studiare, pubblicare, mettere nuovamente in circolazione sono alcune delle forme principali attraverso cui oggi la Libreria continua a intervenire nel presente.
Proprio da una delle più recenti ricerche condotte sui suoi materiali è nato il volume Al cerchio delle tue mani. Storia per immagini del movimento femminista italiano dall’archivio della Libreria delle donne di Milano, pubblicato da BilderAtlas (2025) e curato da Giorgia Basch, editrice, curatrice e docente che frequenta da anni la Libreria e ha lavorato a lungo sul fondo di Bibi Tomasi.
Nata a Bologna nel 1925 e morta a Milano nel 2000, Tomasi è stata giornalista, poeta e scrittrice, oltre che una delle fondatrici della Libreria delle donne. Dopo la sua morte, nella casa milanese di via Paisiello, furono le amiche stesse a raccogliere documenti e fotografie, materiale oggi conservato e gestito dalla Libreria, che custodisce anche i diritti relativi al fondo fotografico.
Il nucleo comprende circa trecento stampe, oltre a diapositive e altri materiali, realizzati in buona parte tra il 1974 e la fine degli anni Ottanta del Novecento. Sono gli stessi anni in cui il movimento femminista italiano cerca nuovi spazi politici, linguaggi e forme di intervento, e Tomasi ne fotografa gli incontri, ma anche viaggi, vacanze, giornate trascorse insieme. Il suo obiettivo racconta prima di tutto il suo modo di stare nel mondo: ci sono le compagne, le amiche, i luoghi che frequenta e condivide. Queste fotografie non nascono come opere e neppure con l’intenzione di costruire consapevolmente una documentazione del movimento. La macchina fotografica sembra piuttosto uno degli strumenti con cui Tomasi guarda ciò che le sta intorno, avanzando con prese dirette, cogliendo frammenti di qualcosa che richiama la sua attenzione, una postura non troppo lontana da quella, appunto, di giornalista.

Se molta della memoria del femminismo degli anni Settanta è passata attraverso la parola, le fotografie di Tomasi permettono di entrare in un’altra dimensione di quella storia; c’è la politica nel suo farsi quotidiano, quella politica delle donne che trovava proprio nelle relazioni, nelle amicizie, nei tempi condivisi e nello stare insieme il suo elemento fondante.
Per molti anni una parte considerevole di queste fotografie è rimasta privata e inedita. Il loro ritorno alla luce è legato al già citato lavoro condotto da Basch, restituito nel volume, progettato insieme a Jurgen Maelfeyt, con un saggio della filosofa Linda Bertelli e un testo di Rosaria Guacci della Libreria delle donne. Mi sembra particolarmente importante la scelta di non trasformare retrospettivamente quelle immagini in qualcosa che all’origine non erano. Il libro, infatti, non impone a posteriori una lettura di Bibi Tomasi quale fotografa-autrice e non forza la ricerca di una coerenza stilistica che probabilmente non c’è mai stata. Valorizza piuttosto la naïveté di certi scatti, la loro natura occasionale e relazionale.
Selezionate, accostate e montate in una nuova sequenza, le fotografie assumono oggi nuovi possibili significati. Affidate a un pubblico distante quasi cinquant’anni dalle circostanze nelle quali sono state realizzate, escono dalla dimensione privata dell’archivio e dalla cerchia di persone che potevano riconoscere immediatamente un volto o ricordare una giornata, e incontrano un altro tempo e, con esso, altri sguardi e domande.

Bibi Tomasi, Untitled, 1975. Courtesy della Libreria delle donne, Milano; BilderAtlas. © Archivio Bibi Tomasi

Basch mi ha parlato, a questo proposito, della sua idea di «archivio in movimento». È un’espressione che sembra aderire perfettamente alle fotografie del fondo Tomasi, che in questi anni hanno attraversato statuti diversi, passando dalla vita quotidiana e politica della comunità in cui sono nate all’essere materiali privati, poi materiali d’archivio e, ancora, oggetto di studio e, attraverso il libro, affidate a un nuovo pubblico; in questo senso, racconta Basch, l’archivio acquisisce anche una qualità relazionale, perché sono i rapporti tra persone e istituzioni a permettere ai materiali di sopravvivere, mutare stato e agire a loro volta nel contesto delle collaborazioni che attivano.
Questa idea di una memoria che non deve essere semplicemente conservata, ma riattivata, trova una consonanza particolare nella storia stessa del femminismo italiano, in particolare nella suggestiva avventura della Casa Editrice Fantasma, concepita nel 1976 nell’ambito di Rivolta Femminile e presentata l’anno successivo nel libretto verde È già politica, firmato da Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi e Anna Jaquinta.
Alla ricerca di scritture di donne rimaste ai margini o escluse dalla tradizione letteraria, le donne di Rivolta avrebbero potuto ripubblicarne integralmente le opere, riportarle dentro una storia, costruire, insomma, un altro canone. Scelsero invece di riprodurne soltanto le copertine, dando una suggestione e affidando a chi interessata la possibilità di cercare liberamente il testo in quello che per le stesse promotrici doveva essere un «viaggio solitario fra libri e carte». Forse è proprio questa immagine del fantasma che sembra addirsi oggi alla natura di certi archivi, come quelli nati dalle storie del femminismo: qualcosa che appartiene al passato e che torna e ritorna nel nostro presente, vi interferisce, senza mai lasciarsi afferrare del tutto.