Gisela Colón, l’artista che sta disseminando il mondo di obelischi scintillanti

Quando ho saputo della retrospettiva di Gisela Colón al Museo de Arte Contemporáneo de Puerto Rico (MAC), ho colto l’occasione al volo. Sapevo di avere un rapporto profondamente ambivalente con il suo lavoro, e speravo che la rassegna mi aiutasse a fare chiarezza.
Prima di arrivare a San Juan, avevo visto i suoi monumentali obelischi scintillanti solo in isolamento, uno per volta. È facile intuire perché vengano esposti così: hanno una presenza imponente e bastano a sé stessi. Alle Grandi Piramidi di Giza un globulo dorato e arcuato poggiava accanto a una sfinge di dimensioni e colore comparabili; di recente, invece, una guglia argentata e iridescente si stagliava imponente sul deserto dell’Arabia Saudita.
Questi monoliti, come li chiama lei, sono innegabilmente mozzafiato e li realizza dal 1996. Al loro cospetto è difficile guardare altro: i colori cambiano man mano che ci si muove attorno a essi. I suoi predecessori minimalisti, ossessionati dalla fenomenologia, non avrebbero mai potuto ottenere qualcosa di simile: l’artista, ormai sessantenne, sfrutta innovative tecnologie cromatiche, mescolando fibra di carbonio aerospaziale con pigmenti formulati su misura, che ricava da materia organica – spesso minerali ed elementi specifici di un determinato luogo. Le opere assorbono e riflettono l’ambiente circostante – talvolta persino i paesaggi stessi dai quali sono tratti i materiali – in modo del tutto singolare. MONOLITO PARABÓLICA HEMATITA (Tierra de Substrato, Arecibo, Puerto Rico) (2024), per esempio, è realizzato con l’ematite, un ossido di ferro che colora di rosso la terra e le rocce. Il minerale proviene dal terreno di famiglia ad Arecibo, ma si trova anche su Marte e sulla Luna.

Questo salto di scala – dalla casa al cosmo, dallo specifico all’universale – è il cuore del suo lavoro. O almeno, è quello che ho capito visitando la mostra, che occupa tre sale simili a grotte che si fanno sempre più buie man mano che ci si addentra nel mondo dell’artista.
I monoliti di Colón sono senz’altro sublimi, ma sono anche un po’ Burning Man, un po’ manicure. Le loro forme luccicanti, lisce e a mandorla assomigliano esattamente a grandi, belle unghie. Avevo un gran bisogno di capire perché questo mi disturbasse, e se questo fastidio avesse un senso. Dopotutto, adoro la manicure glitterata – e ce l’ho adesso, mentre scrivo. Mi sono tornate in mente le pagine di Pretty di Rosalind Galt. Il libro mi aveva già insegnato a diffidare di quell’automatismo che vuole la bellezza come sintomo di superficialità. Quella logica, mi ha convinta Galt, è misogina.
Certo, le cose belle possono sempre essere superficiali. Ma per fortuna, in questo caso, guardare più in profondità si rivela appagante. Come molti artisti astratti prima di lei, Colón – nata in Canada da padre portoricano e oggi residente a Los Angeles – è affascinata dall’idea di cogliere il mondo nella sua forma più essenziale, e forse persino di evocare qualcosa di simile all’universale. Le materie prime utilizzate attingono agli elementi più basilari della terra, alla geologia stessa, e le sue forme si ispirano a totem, obelischi, megaliti preistorici e zenith caraibici indigeni. Evocano allo stesso tempo il futuro e il passato.

Ma è qui che l’artista di Light and Space dei giorni nostri si distacca nettamente dai suoi predecessori: non cade mai nell’errore di credere che i suoi materiali siano puramente astratti. Ciascuno di essi ha una propria storia, e questa storia gioca un ruolo attivo nel processo di costruzione del significato. Nell’era dell’Antropocene, in cui natura e cultura non possono più essere scisse nettamente, Colón sa che sublime e violenza vanno troppo spesso di pari passo.
In effetti, un’esperienza giovanile con la violenza delle armi da fuoco è in parte ciò che ha spinto Colón sia verso la sua forma distintiva – che si staglia decisa e risoluta verso l’alto – sia verso l’uso di materiali resi possibili solo dal complesso militare-industriale. Anche la Light and Space è sempre stata legata a questo connubio, come ha evidenziato con forza una straordinaria mostra al Palm Springs Art Museum. Raramente però il movimento ha riconosciuto quanto questo intreccio fosse carico di implicazioni; Colón, invece, affronta il dilemma con piena consapevolezza critica.
Per lo più, le tensioni dell’artista prendono forma nelle didascalie delle opere, nei titoli e nei materiali. Ma c’è un’opera che fa eccezione: ESTRUCTURA TOTÉMICA (PIEDRAS CONTRA BALLAS, BAYAMÓN INCANDESCENTE) (2022) è una curva liscia, lucente e scintillante, in equilibrio su una colonna snella alla maniera di Brancusi. Realizzata in plexiglass trasparente, la colonna è riempita con strati di materiali polverizzati, gli stessi impiegati per dare forma alla curva superiore: terra rossa e sabbia del deserto, ma anche proiettili frantumati. Attraversati da venature grezze, rimangono belli, ma in loro c’è qualcosa di ruvido. Il titolo (“rocce contro proiettili”) ribadisce il concetto.

In concomitanza con la mostra al MAC è esposta una scultura che Colón ha realizzato per El Yunque, la foresta pluviale di Porto Rico – una meraviglia naturale che fu anche un sito di sperimentazione dell’Agente Arancio, nonché la musa del suo primo monolito nel 1996. Una guglia che è insieme montagna e missile accoglie i visitatori nella rigogliosa foresta. L’opera vanta una gradazione cromatica sorprendentemente armoniosa che vira dal verde lime fino al pervinca scuro – tonalità amplificate delle piante e del cielo. In qualche modo, le parti verde lime sembrano seguirti mentre ti ci muovi intorno. Non è casuale che queste tonalità più dorate ti perseguitino: il titolo, Rivers of Gold and Dust (Parabolic Monolith Aurus Pulvum) (2017-2025) rimanda alla violenza subita dai popoli indigeni dell’arcipelago quando gli spagnoli estraevano oro dai fiumi portoricani. Alcuni dei minerali presenti nei suoi pigmenti provengono dalle sabbie sahariane che ogni anno raggiungono i Caraibi, dove nutrono il suolo della foresta.

Nelle mani di Colón, l’universale e lo specifico – ma anche le tensioni che da sempre attraversano l’astrazione, tra l’analitico e lo spirituale – si ripiegano l’uno sull’altro. A volte, però, questo ripiegarsi scorre senza intoppi, laddove invece dovrebbe esserci attrito. A tratti mi sono ritrovata a desiderare tracce più visibili delle tensioni centrali del lavoro, ma poi ho capito: la levigatezza è l’attrito. Questo glamour non mi è mai andato giù facilmente, ed è giusto che sia così, perché violenza e bellezza non dovrebbero coesistere con quella stessa naturalezza che mostrano le sculture di Colón. Eppure, naturalmente, è esattamente così che funziona nel mondo reale – come ben sanno i visitatori di El Yunque. Gli orrori sotto le superfici cangianti dei monoliti ci ricordano di guardare la terra, e poi di guardare più in profondità.
Da «ARTnews US»