Padiglione Italia, Con te con tutto: una chiamata al raduno di oggetti, affetti e presenze. Intervista a Giulia Gaibisso e Luca Parise

Il Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026 presenta il progetto di Chiara Camoni, curato da Cecilia Canziani, che trasforma le Tese delle Vergini in un ambiente attraversabile e condiviso, composto da figure in ceramica, materiali organici e oggetti di recupero che riflettono sul rapporto tra materia, memoria e relazioni. Come ha spiegato Chiara Camoni durante la presentazione, il titolo è una «dichiarazione esplicita di apertura verso l’altro e verso il mondo intero», un tentativo di pensare l’autorialità come qualcosa di poroso e condiviso, capace di comprendere «altri e altro». Anche Cecilia Canziani insiste sulla natura plurale della mostra, definendola «una chiamata al raduno», una forma di convocazione collettiva in cui opere, corpi e presenze entrano in relazione.

Il Padiglione si presenta così come una costellazione di collaborazioni. Entrando, la percezione è quella di uno spazio denso ma mai opprimente, le opere sono monumentali ma non vogliono essere spettacolari e l’allestimento lascia convivere opere e performance. Anche il tempo sembra articolarsi secondo ritmi differenti: tempo della scultura, tempo umano e tempo ciclico della natura convivono nello stesso spazio. A tal proposito abbiamo intervistato Luca Parise, assistente di Chiara Camoni, e Giulia Gaibisso, assistente curatrice del progetto, per approfondire il processo di costruzione del Padiglione Italia, il rapporto tra materia e vitalità degli oggetti e le riflessioni teoriche e curatoriali che attraversano il progetto, dal pensiero ecologico e postumano alla natura relazionale delle opere.

ARTnews Italia Le figure esposte nel Padiglione sembrano passare continuamente da una forma all’altra: umana, animale e astratta. Come si svolge questo processo in studio, dal gesto iniziale fino alla cottura?
Luca Parise Il processo è molto organico, nel senso che le sculture prendono forma in modi diversi. Non esiste un piano prestabilito su come apparirà la scultura alla fine del procedimento. Dalla modellazione iniziale alla cottura – e anche dopo la cottura, con la scelta di aggiungere o meno i materiali (ad esempio plastica o materia organica) – è in qualche modo la scultura stessa a determinare la direzione che prenderà. Chiara è molto attenta a come la materia risponde e ascolta attentamente dove la scultura vuole andare. Direi che è la scultura, l’opera stessa, a definire la direzione che vuole prendere. Durante l’intero processo, è fondamentale ascoltare ciò che l’opera chiede a tutti – e direi anche dopo che l’opera è finita, come vediamo alla Biennale.

ARTnews Italia La curatela di Cecilia Canziani sembra costruire il Padiglione come un organismo attraversabile, in cui opere, corpi, materiali e ambiente convivono senza gerarchie nette. In che modo pensi che riferimenti come Donna Haraway o Jane Bennett abbiano influenzato questa idea di relazione continua tra umano e non umano?
Giulia Gaibisso Il progetto espositivo, con la curatela di Cecilia Canziani, è diretta emanazione della metodologia di lavoro di Chiara Camoni. In questo senso non costituisce, rispetto alle precedenti mostre dell’artista, un’evoluzione in termini di contenuti: espande il discorso, rendendo evidenti i nessi che legano l’opera all’ambiente da cui è direttamente tratta. Ogni lavoro corrisponde a un paesaggio: si compone di materiali organici come terre, sabbie e vegetazione, ma incorpora anche i segni dell’antropizzazione. I rifiuti in plastica “collezionati” sulle spiagge della Versilia vengono per esempio accolti tra le mani di alcune delle sculture esposte in prima tesa, trasformandosi in doni ricevuti o tesori custoditi; frammenti e scarti provenienti dalle cave marmoree che circondano lo studio di Camoni si trasformano, allo stesso modo, nei moduli dei suoi Mosaici, posti accanto o attorno alle Casette esposte in seconda tesa. Il potenziale associato a queste componenti non è solo estetico: si motiva con l’esigenza di riconoscere nell’intervento umano un fattore costitutivo del nostro ambiente, e di annullare l’anacronistica distinzione tra natura e cultura. Nell’analogia proposta tra le due categorie si esplicita il legame tra il Padiglione e il pensiero di figure come Jane Bennett e Donna Haraway che, ognuna dalla propria prospettiva, invitano a individuare e celebrare le relazioni che legano l’homo sapiens alle altre forme di vita, come alla materia di cui siamo composti. In un ecosistema fortemente condizionato dalla nostra presenza, è a mio avviso una maniera per «stare con il problema», accettarne le implicazioni e ripartire da esso, immaginando nuove alleanze, comprendendo le altre agentività.

La prima tesa è abitata da ventiquattro statue in ceramica, poco più grandi del naturale, che emergono dalla penombra come apparizioni arcaiche. Sono Colonne, Sister e Daimon: modellate con la tecnica del colombino o attraverso l’accumulo di piccoli elementi in terracotta, queste figure si collocano in una zona ambigua tra umano, animale e sacrale. Alcune presentano tratti riconoscibili, altre restano aperte, quasi incomplete, come se la metamorfosi fosse ancora in corso. È inevitabile pensare a una dimensione animista, ma il progetto evita derive simboliche o spiritualiste. Non c’è iconografia religiosa né volontà rituale in senso stretto; le opere sembrano piuttosto attraversate da una forza latente, come se la materia conservasse una capacità autonoma di produrre relazione. Camoni parla di una temporalità dilatata, legata alla ripetizione e alla persistenza del gesto.

ARTnews Italia Nelle sculture sono ancora ben visibili le tracce del lavoro manuale, dell’assemblaggio e della stratificazione. Quanto è importante per Camoni preservare questa qualità aperta, quasi “organica”, del materiale?
L.P. Questa qualità “organica” del materiale è importante, al punto che, in sostanza, tutto viene realizzato all’interno dello studio: dalla saldatura delle strutture alle casse di trasporto, fino alle sculture stesse. Ogni elemento fa parte dell’opera e influisce su di essa. Non si tratta del tipo di pratica che può essere esternalizzata o affidata a terzi per essere sviluppata a partire da uno schizzo. Ogni volta che qualcuno tocca l’opera, questa viene modellata – ed è proprio quello che “crea” l’opera. In questo tipo di pratica, le tracce del lavoro manuale, il comportamento della materia stessa e tutto ciò che prende parte al processo di creazione sono esattamente ciò che costituisce l’opera.


La seconda tesa introduce un cambio di ritmo. Dopo la sospensione della prima, il visitatore entra in uno spazio luminoso e aperto. Alcune grandi figure femminili distese fungono da soglia tra i due ambienti e accompagnano verso un’architettura potenziale fatta di sedute, corridoi, stanze e giardini. Non è chiaro se ci si trovi davanti a una scultura abitabile o a un ambiente domestico trasformato in dispositivo espositivo, ma proprio in questa ambiguità il progetto trova uno dei suoi aspetti più interessante: l’impressione è quella di uno studio espanso, non ricostruito ma evocato in una dimensione aperta, in cui opere, persone e materiali convivono attraverso relazioni continue. Canziani parla della volontà di «sovrapporre l’immagine dello studio con lo studio vissuto», trasformando il Padiglione in uno spazio di coabitazione temporanea. Da qui anche l’importanza della sezione Dialoghi, concepita da Fiammetta Griccioli e Lucia Aspesi, che inseriscono nella seconda tesa opere, documenti e riferimenti eterogenei: da Fausto Melotti a Marisa Merz, da un’anfora etrusca del VII secolo a.C. a fotografie, fossili, oggetti e nuove commissioni affidate ad Alice Rohrwacher e Annamaria Ajmone. In particolare, Canti fossili di Ajmone introduce una dimensione performativa continua, fondata sul rapporto tra voce, corpo e memoria e capace di attivare lo spazio in modo diretto: lo spettatore può attraversare la performance e prenderne parte.


ARTnews Italia Nella seconda sala convivono archivi, oggetti archeologici, performance, opere storiche e nuove commissioni. Come riesce la curatela a tenere insieme questi livelli differenti senza trasformare il percorso in una semplice stratificazione di riferimenti? E quanto entrano in gioco, in questa costruzione, riflessioni legate alla materia e alla vitalità degli oggetti?
G.G. Quanto proposto in seconda tesa (nello specifico nella sezione Dialoghi, affidata a Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli) ambisce a costituire una genealogia di affetti e numi tutelari. Nel corpo delle Casette sono presentati manufatti, opere, documenti o più semplicemente oggetti d’uso quotidiano, posti a testimonianza dell’analogia, da sempre esistente nella pratica di Camoni, tra arte e vita. I lavori di Bettina Buck o Alessandra Spranzi, figure legate all’artista da un sentimento di amicizia, sono esposti assieme a un’anfora attica del VII secolo a.C., a una riproduzione fotografica della scultura di Medardo Rosso intitolata Grande Rieuse, e a due coppette in grès smaltato di Fausto Melotti. La relazione che questi “innesti” istituiscono con le sculture e le installazioni della mostra non si limita alla semplice prossimità: propone un tipo di interazione più profonda, di natura tattile e visiva. «Cosa accade quando le opere si toccano o guardano a vicenda?», ripete spesso Chiara. È una domanda che di fatto mira a ripensare il nostro ruolo nel contesto espositivo: le opere esistono, indipendentemente dalla nostra presenza o fruizione. È una prospettiva che potrebbe quasi definirsi animista, perché dota l’arte di un enorme potere trasformativo, di una forza vitale. Allo stesso tempo permette di individuare, dare un corpo e un nome a quanto costituisce il contesto visivo, narrativo e affettivo dell’artista.

Il Padiglione Italia appare dunque come una comunità temporanea in cui corpi, gesti e presenze si trasformano reciprocamente e la scultura diventa misura del corpo e possibilità concreta di costruire forme di convivenza. Questa idea di coabitazione non si esaurisce però nello spazio espositivo delle Tese delle Vergini. Per tutta la durata della Biennale Arte 2026, il Padiglione Italia si prolunga infatti attraverso un Public Program curato da Angelika Burtscher e Daniele Lupo (Lungomare), che espande nella città le riflessioni emerse nella mostra tramite performance, workshop, passeggiate e momenti di confronto. I tre weekend tematici, Il selvatico, l’onirico e il disastroso (dal 26 al 28 giugno), Le diverse forme di intelligenza (dal 25 al 26 settembre, con un appuntamento il 27 settembre al Parco Internazionale di Scultura di Villa Fürstenberg di Banca Ifis) e Pratiche vocali e narrazioni collettive (dal 29 al 31 ottobre), trasformano il Padiglione in una piattaforma attraversabile e in continua attivazione. Dalle esplorazioni anfibie dell’Isola Forte Sant’Andrea con Giorgio Andreotta Calò, in collaborazione con NICHE, Microclima e l’Università Roma Tre, ai workshop con Valentina Karga, Jacopo Miliani e Sara Basta, fino alle conversazioni con Adriana Cavarero e Felice Cimatti e alle performance di Giorgiomaria Cornelio e Wissal Houbabi, il programma rafforza la dimensione collettiva e processuale del progetto, intrecciando riflessione teorica, pratica artistica e forme di partecipazione condivisa. Attraverso queste relazioni, il Padiglione lascia emergere anche l’amicizia come pratica concreta di collaborazione, ascolto e costruzione reciproca.