Perché ora sono tutti ossessionati dagli UFO?

di | 04 lug 2026
Steven Spielberg, Disclosure Day. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Il mondo, a quanto pare, adesso vuole davvero crederci. Guardate il cielo: quella palla di luce potrebbe essere, finalmente, un Visitatore. Oppure potremmo essere semplicemente noi, che trasformiamo qualunque cosa abbiamo davanti – che sia cielo, terra o luce – in uno specchio.
L’ultima mania ufologica si è impossessata del grande schermo, della Casa Bianca e della scena delle gallerie newyorkesi. Maestro della mise-en-scène e sostenitore freelance dell’esistenza degli extraterrestri, Steven Spielberg guida la carica con il suo magnifico Disclosure Day (2026), il suo film migliore da decenni (a prescindere da quello che potreste aver letto online). Nel film, uno specialista di cybersicurezza (Josh O’Connor) e una meteorologa di Kansas City (Emily Blunt), entrambi sintonizzati su un linguaggio extraterrestre, scoprono un complotto governativo per nascondere alle persone la verità sugli incontri ravvicinati.
Quest’opera fredda, regale e controversa arriva proprio al momento giusto, assieme a tre grandi mostre saltate fuori a Manhattan, tutte gravitanti attorno al tema degli UFO. E dall’altra parte dell’oceano, alla Kulturstiftung Basel H. Geiger, Chloe Wise presenta in anteprima un nuovo video a tema UFO con un cast che include Delaney Rowe, Martine Syms, Ben Ahlers e Lucas Bravo.

In una stanza del Chelsea Hotel, quest’estate, Prada ha allestito una “mostra immersiva” a tema UFO punteggiata di celebrità, curata da Nicolas Winding Refn e dal game designer giapponese Hideo Kojima. Mentre fuori dal Tribeca Festival, una banda di tipi che protestavano mi è passato accanto sventolando cartelli con disegni di alieni dagli occhi a palla su cui era scritto «PORTAMI DAL TUO CAPO» e «VENIAMO IN PACE».
Molti tra noi sono ossessionati, per reazione, anche dalla “minaccia” degli alieni. Lo scorso maggio, la Casa Bianca di Trump ha reso ufficiale questa ossessione lanciando Aliens.gov, un sito web che collega la sua campagna iper-pubblicizzata e in stile A24 sui dossier UFO declassificati con la caccia all’uomo e la persecuzione degli “alieni illegali” guidate dall’ICE. La risposta di Emily Blunt a una tale, sconvolgente depravazione di Stato – uno schiocco di gola e lingua per trasmettere agli americani il messaggio non filtrato degli alieni durante un telegiornale di Kansas City – è tipicamente spielberghiana nella sua curiosità reverenziale di fronte all’ignoto.

Da Andrew Edlin Gallery, i dipinti eccentrici e colorati di Karla Knight hanno una scintilla umana che li pone tanto in sintonia quanto in contrasto con il momento attuale. Sono resi con grande cura del dettaglio, tanto da assomigliare a strani oggetti – una scheda madre di un rosso pulsante con le consuete sfere arancioni di Knight incastonate al suo interno qui, un arazzo blu oceano punteggiato di cifrari e pianeti lì. La sua tela affollata Watching for the Planets (2025) rallenta lo sguardo mentre lo attira nella propria orbita, offrendo sollievo da un mondo da smartphone che addestra i nostri occhi a scorrere compulsivamente. Avvicinandosi al margine delle sue tele si trovano frasi come «ASTRONOMY FOR EVERYBODY», «PLANET – ANY WORLD THAT MOVES», e seducenti perifrasi poetiche come «SPACE BREAD» e lo stranamente onnipresente «SHY TEETH». Quest’ultima, disorientante frase rivela la vera preoccupazione di Knight: il linguaggio umano e la sua incapacità di affrontare ciò che non può pronunciare. Di conseguenza, altre porzioni delle sue tele sono dipinte in un linguaggio di sua invenzione. Come comunicare con il grande Altro? Si traccia uno spazio vuoto. La mania, in casa Knight, indica se non altro i limiti della percezione umana.

Karla Knight, Watching for the Planets, 2025. Flashe, matita colorata, pennarello acrilico e grafite su carta, 76,2 x 55,9 cm. Courtesy della Andrew Edlin Gallery, New York

La curiosità sta travolgendo il nostro minuscolo pianeta. Andiamo, con l’architetta Thandi Loewenson, a visitare una mostra senza pretese e completamente al buio, introdotta dalla voce di una certa Cynthia Hind, una delle principali ufologhe africane, che raccolse moltissime storie di incontri nella seconda metà del Novecento. Alla Storefront for Art and Architecture, Loewenson ha dato a queste storie un contenitore narrativo sotto forma di disegni proiettati e infiniti testi a parete: ci vuole più di un’ora per leggere tutto nella sala fiocamente illuminata, ma vale la pena immergersi in un angolo poco esplorato dell’ufologia. Scopriamo che molti degli avvistamenti riportati a Hind nei Paesi africani si distribuiscono lungo le linee di frattura lasciate dal colonialismo: gli abitanti bianchi dello Zimbabwe interpretano le proprie esperienze ricorrendo ai cliché ormai globalizzati del periodo post-Roswell – UFO, rapimenti alieni e apparizioni misteriose –, ma i loro extraterrestri non hanno il classico incarnato grigio o verde: sono neri (parte la colonna sonora ideale: Fear of a Black Planet dei Public Enemy, 1990). Gli zimbabwesi neri, che non rimpiangono i tempi della Rhodesia, raccontano invece dei loro incontri non con creature aliene, ma con fantasmi di antenati, spiriti perduti che esistono in uno stato purgatoriale e agitato, né di qua né di là. Sia il film di Spielberg sia la mostra di Loewenson storicizzano e interrogano quelle onnipresenti immagini di alieni dagli occhi grandi.
Da Gagosian, la magnifica mostra di Eliza Douglas, “Ghosts”, rende omaggio alla giornalista investigativa in gran parte responsabile dell’attuale mania, sua zia. La zia Leslie Kean, nel 2017, ha collaborato alla scrittura dell’articolo del «New York Times» sul misterioso programma UFO del Pentagono, che spinse Spielberg a realizzare finalmente Disclosure Day, un film a cui pensava da decenni. Kean compare in ognuno dei dipinti della mostra, campi di spiriti pensati per essere percorsi e da cui essere espulsi. Le sue tele sovrappongono i selfie che Kean si è scattata contro un cielo notturno, insieme a materiale visivo non identificabile, sopra dipinti precedenti della stessa Douglas. Sfere sfocate passeggiano attorno a uno «Shh!» in stile pop art. Una creatura da cartone animato che sembra un Marvin il Marziano da discount fluttua vicino a Kean, assieme a Sailor Moon. Il mio dipinto preferito, però, è quello in cui nessuna di queste immagini esplicite emerge, e restiamo soli con Kean in un’aureola afro avvolta in colori psichedelici. Aspettiamo che l’UFO emerga, ma non troviamo nulla di realmente fuori posto in questo dipinto, solo vibes.

Allora, esistono gli alieni? Ne abbiamo fame, questo è certo. Per Spielberg, almeno, è arrogante presumere che siamo i soli nel vasto universo. E per gli artisti è altrettanto presuntuoso pensare di aver padroneggiato l’immagine, o meglio l’idea, di che aspetto abbia un’entità extraterrestre, o anche solo pensare che dobbiamo andare su un altro pianeta per incontrare degli alieni. Siamo sempre stati in contatto con l’Altro – e l’Altro non assomiglia né a E.T. né a un mostro. Possiamo solo seguire il consiglio dell’ultima, formidabile parola di Emily Blunt in Disclosure Day, la prima di un discorso che si protrae nell’eternità. La parola non è “guardare”, né “scoprire”, né “deportare”. È un sinonimo di “prestare attenzione”, “ascoltare”, “dare retta”, o semplicemente “curarsi di”.