Un trullo per l’arte contemporanea: la nuova installazione di Alex Dorici per Dep Art Out. Paride Pelli di ARTE50 racconta il progetto

Nelle campagne che circondano Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, un trullo è diventato negli ultimi anni uno spazio espositivo capace di attirare artisti, curatori e gallerie internazionali. Si chiama Dep Art Out ed è il progetto fondato nel 2022 da Antonio Addamiano, ideatore e direttore della galleria milanese Dep Art Gallery, nato dal desiderio di mettere in dialogo arte contemporanea, architettura vernacolare e paesaggio pugliese. L’evento, a partire dal 27 giugno, è stato organizzato in collaborazione con ARTE50, un’ex filiale di banca trasformata in uno spazio espositivo di arte moderna e contemporanea a Cureglia, in Svizzera.
Il fulcro dell’esperienza è un autentico trullo costruito in pietra a secco, immerso nella campagna, che ospita interventi pensati specificamente per il luogo. Fin dalla sua apertura, il trullo Dep Art Out ha costruito un programma articolato. Tra i primi artisti invitati figura Wolfram Ullrich, che nel 2022 ha presentato GAP, installazione composta da sculture in acciaio corten sospese all’interno del trullo. Nello stesso anno lo spazio ha ospitato anche una rassegna dedicata ai pionieri della videoarte, mettendo in relazione opere di Nam June Paik e Wolf Vostell con un contesto architettonico distante dai tradizionali spazi museali dedicati ai media elettronici. Negli anni successivi il progetto ha continuato a svilupparsi attraverso una pluralità di linguaggi e generazioni. Regine Schumann ha trasformato il trullo in un ambiente luminoso e immersivo attraverso le sue installazioni fluorescenti; Giuseppe Uncini ha trovato nelle geometrie della pietra e nelle tensioni strutturali dell’architettura un interlocutore ideale per le sue opere; Pino Pinelli ha portato nello spazio una riflessione sulla materia e sulla superficie che dialogava tanto con la tradizione della pittura quanto con quella della ceramica pugliese.
Gli spazi ridotti, le pareti in pietra, la particolare conformazione delle coperture coniche e il rapporto diretto con il paesaggio impongono agli artisti una riflessione sul contesto e sulle modalità di presentazione delle opere. Il risultato è una programmazione che privilegia interventi site specific e installazioni capaci di attivare un dialogo con la memoria materiale del luogo. Alcuni degli interventi più significativi hanno inoltre messo in evidenza il rapporto tra arte e territorio che caratterizza il progetto. Emblematica in questo senso è stata la presenza di herman de vries, che con be here now ha incorporato elementi naturali raccolti localmente, oppure l’intervento Tracce in Puglia di Gerold Miller, capace di coinvolgere direttamente il paesaggio agricolo circostante. In questi casi il territorio non diventa uno sfondo dell’opera, ma una componente attiva della sua costruzione.
La programmazione ha inoltre consolidato una rete di collaborazioni che supera i confini regionali e nazionali. Accanto alla galleria milanese fondata da Addamiano, numerose iniziative sono state sviluppate in partnership con realtà italiane e internazionali, tra cui Settantotto Gallery di Ghent, The Merchant House di Amsterdam, WHATIFTHEWORLD di Città del Capo, Fondazione Marconi e Thomas Brambilla Gallery. Un modello che consente a uno spazio periferico dal punto di vista geografico di inserirsi all’interno di una rete globale di relazioni e scambi culturali.
È in questo contesto che si inserisce il nuovo appuntamento inaugurato il 27 giugno: Rope 98 Meters – Slack di Alex Dorici, artista svizzero la cui ricerca si sviluppa tra scultura, installazione e interventi ambientali. Realizzata in collaborazione con ARTE50 di Cureglia, in Svizzera, l’opera prende forma attraverso una monumentale struttura di corde che attraversa e ridefinisce lo spazio del trullo, alterandone la percezione e instaurando un dialogo diretto con la sua architettura. Per la prima volta nella serie Installation Rope, Dorici rinuncia alla linearità che ha caratterizzato molti dei suoi interventi precedenti e introduce una struttura dominata da curve, cedimenti e tensioni. La scelta nasce dal confronto con la morfologia stessa del trullo, la cui geometria organica e la forte presenza simbolica sembrano aver spinto l’artista verso una riflessione sul peso, sull’equilibrio e sulla gravità come elementi costitutivi dell’opera.
In occasione di Rope 98 Meters – Slack, abbiamo rivolto alcune domande a Paride Pelli, gallerista di Alex Dorici, per parlare del rapporto con l’artista, la genesi dell’intervento da Dep Art Out e il significato di questa installazione nel percorso di Dorici.

ARTnews Italia Può raccontarci brevemente la storia di ARTE50 e il percorso che l’ha portata a sviluppare la propria attività nel panorama dell’arte contemporanea?
Paride Pelli ARTE50 nasce come spazio espositivo per condividere con il pubblico la mia collezione di arte moderna e contemporanea. Fin dall’inizio però l’obiettivo è stato anche quello di valorizzare il lavoro di artisti viventi attraverso una sorta di project room, ricavata al piano -1, dove gli artisti selezionati possono dialogare liberamente con uno spazio industriale e minimale, presentando i propri progetti a un pubblico selezionato. L’edificio si trova a Cureglia, alle porte di Lugano, ed è un’ex filiale bancaria: un volume essenziale che un tempo custodiva metalli preziosi e cassette di sicurezza e che oggi conserva opere d’arte e installazioni site specific. Di quella precedente destinazione abbiamo mantenuto alcuni elementi distintivi, come il caveau e una cassaforte, che contribuiscono a rendere lo spazio particolarmente caratteristico.
A.I. Come è nato il rapporto professionale con Alex Dorici e quali aspetti della sua ricerca l’hanno convinta a seguirne il lavoro?
P.P. Con Alex esiste da anni una profonda sintonia, nata da una reciproca stima e trasformata nel tempo in una sincera amicizia, quando ancora era rappresentato da una gallerista di grande prestigio come Elena Buchmann. Nel corso degli anni ha realizzato diverse installazioni, sia nella mia abitazione sia negli spazi di ARTE50 a Cureglia. Da collezionista sono diventato una sorta di consigliere – più che un agente –, cercando di valorizzarne il lavoro anche oltre i confini svizzeri, dove è già ampiamente riconosciuto e apprezzato. Credo molto nella solidità del suo percorso artistico, nella qualità che emerge in ogni progetto e, soprattutto, nella sua straordinaria versatilità. È un artista capace di confrontarsi con materiali molto diversi – dalla pittura allo scotch, dalle corde navali fino alla scultura – con naturalezza e grande padronanza. La sua ricerca è caratterizzata da una continua sperimentazione, senza mai perdere coerenza.
A.I. Alex Dorici occupa un posto importante nel programma di ARTE50. Come si inserisce la sua ricerca all’interno della linea della galleria e quali sviluppi avete accompagnato negli ultimi anni?
P.P. Alex è stato il secondo artista a confrontarsi con la Project Room di Cureglia, dopo Guendalina Urbani e il suo Mare di vetro, un’opera che, a un primo sguardo, sembra realizzata in vetro, ma che in realtà è composta da gomma siliconica, generando un’interessante percezione ossimorica. Con Dopo la luce, invece, Dorici ha lasciato gli spettatori letteralmente a bocca aperta grazie all’impiego delle lampade UV, che trasformano l’installazione site specific in una sorta di doppia scultura, diurna e notturna, a seconda della luce che la illumina. Una soluzione inedita che l’artista ha poi sviluppato ulteriormente, con forme differenti, anche nel trullo di Dep Art Out a Ceglie Messapica.

A.I. Rope 98 Meters – Slack rappresenta un nuovo capitolo della serie Installation Rope. Quali elementi rendono questo intervento diverso rispetto ai progetti precedenti dell’artista?
P.P. Nel progetto concepito per Dep Art Out, Dorici abbandona per la prima volta la rigidità della linea retta per confrontarsi con la curva, con il peso e con la gravità. La corda non viene più utilizzata come elemento capace di imporre ordine e controllo allo spazio, ma si lascia attraversare dalla sospensione, dal cedimento e dall’instabilità. Questa svolta nasce dal confronto diretto con l’architettura del trullo: uno spazio ancestrale costruito in pietra a secco, dove dimensione vernacolare e tensione quasi sacrale convivono in un equilibrio naturale. L’opera dimostra come Dorici non sia un artista legato esclusivamente alle geometrie che lo hanno reso negli anni riconoscibile e ormai iconico, ma sappia reinterpretare il proprio linguaggio in funzione dello spazio e del paesaggio con cui si confronta. Lo aveva già dimostrato con Alpine Geometry, realizzata a Plan de Corones, in Alto Adige, una scultura che rappresenta un omaggio alle montagne e a chi le abita.
A.I. Il trullo di Dep Art Out è uno spazio con caratteristiche architettoniche molto specifiche. In che modo il confronto con questo luogo ha influenzato lo sviluppo dell’opera e le scelte progettuali di Dorici?
P.P. L’architettura del trullo ha influenzato profondamente lo sviluppo del progetto. Ne nasce un dialogo armonioso tra spazio e installazione: le corde scendono dalla cupola centrale formando ampie catenarie che attraversano l’ambiente in modo libero e instabile. Alcune rimangono sospese a mezz’aria, una sfiora il pavimento, mentre un’altra eccede volutamente, lasciando parte del cordame disteso a terra. Al centro dello spazio è presente un nodo sospeso che il visitatore può raggiungere e toccare, modificando leggermente il disegno e l’equilibrio dell’opera attraverso la propria interazione. Anche la scelta del colore bianco nasce dalla volontà di instaurare una relazione discreta con l’architettura. Durante il giorno la corda tende quasi a confondersi con la pietra e con la luce naturale, creando un dialogo fatto di apparizioni, vuoti e tensioni minime. Questo rapporto con la luce appartiene da tempo alla ricerca di Dorici, per il quale essa non rappresenta un semplice elemento scenografico, ma un dispositivo capace di modificare radicalmente la percezione dell’opera e il rapporto tra presenza e assenza. Con l’attivazione delle lampade UV, come già avvenuto nell’installazione di Cureglia, l’equilibrio percettivo si ribalta completamente. Se durante il giorno è la corda a lasciare spazio alla forza materica del trullo, nella dimensione notturna è invece l’architettura a ritirarsi visivamente, lasciando emergere una trama luminosa che sembra galleggiare nello spazio come un disegno immateriale.

A.I. Come è nata la collaborazione tra ARTE50 e Dep Art Gallery per la realizzazione di questo progetto? Quali affinità avete individuato tra il lavoro della galleria e la visione di Dep Art Out?
P.P. Con Antonio Addamiano esiste da tempo un rapporto di stima e amicizia. Ho sempre ritenuto che la ricerca di Alex Dorici fosse perfettamente coerente con quella degli artisti promossi e valorizzati da Dep Art Milano. I fatti mi hanno dato ragione. Dopo aver visitato l’installazione realizzata da Alex negli spazi di ARTE50, Antonio ci ha invitati a partecipare a Dep Art Out in Puglia. È stata un’importante occasione per presentare il lavoro di Dorici anche al pubblico italiano. Si tratta di una collaborazione recente, ma sono convinto che possa consolidarsi ulteriormente nel tempo, rafforzando un dialogo culturale sull’asse Svizzera-Italia.
A.I. Guardando al percorso più recente di Alex Dorici, quale ruolo occupa questo progetto all’interno della sua ricerca? Crede che Rope 98 Meters – Slack possa suggerire nuove direzioni per il suo lavoro futuro?
P.P. Con questo intervento Dorici apre senza dubbio un nuovo capitolo della serie Installation Rope, sviluppata negli anni attraverso linee tese, geometrie rigorose e strutture capaci di ridefinire l’architettura e lo spazio mediante una forte tensione costruttiva. La sua poetica si fonda sull’idea che lo spazio non sia un contenitore neutro, ma una materia viva, da ricostruire, alterare e percepire in modi sempre nuovi. Nella serie che lo ha reso maggiormente riconoscibile, la corda diventa una linea spaziale che sostituisce il segno tradizionale del disegno. Grazie a questi interventi necessariamente site specific le sue opere sono entrate a far parte di importanti collezioni pubbliche e private, attraverso realizzazioni sia indoor sia outdoor. Quella di Ceglie Messapica rappresenta, almeno per ora, un episodio unico all’interno della sua ricerca, ma conferma la straordinaria capacità di Dorici di rinnovare continuamente il proprio linguaggio. Credo sia proprio questa disponibilità a mettersi costantemente in discussione una delle qualità più significative del suo lavoro.