Suoni provenienti da un passato lontano: gli strumenti in argilla di Koyoltzintli

«Ho la sensazione di essere in dialogo costante con il passato, e insieme stiamo ragionando su cosa fare del futuro», ha detto Koyoltzintli, circondata da decine di flauti, fischietti, tamburi e altri strumenti artigianali sparsi nel suo studio newyorkese. Parlava del suo legame con la costa pacifica dell’Ecuador, una delle aree delle Americhe con le più antiche tradizioni di ceramica e di strumenti in argilla. Pur portando con sé questa eredità, ci tiene però a sottolineare di essere profondamente radicata nel presente: «Tramando la tradizione senza smettere di seguire la mia strada».
Koyoltzintli ha mosso i primi passi come fotogiornalista in Ecuador, documentando soprattutto l’espansione delle città amazzoniche e il lavoro dei guaritori delle Ande. Pur continuando a lavorare con questo medium – insieme a pittura, disegno e scultura –, nel 2020 ha avuto un’intuizione legata al suono che avrebbe cambiato tutto. Bloccata dalla pandemia negli Stati Uniti – dove si era trasferita nel 2001 per frequentare la School of Visual Arts – e impossibilitata a tornare in Ecuador, ha cominciato a girare per i musei alla ricerca di una risonanza interiore, trovandola in ceramiche che intuiva capaci di produrre suoni perduti da tempo. «È scattato qualcosa che mi ha spinta a immergermi in profondità nel suono e nell’argilla», ha detto. «È stato come se qualcosa si risvegliasse in me».

Il desiderio di restituire voce a strumenti altrimenti condannati al silenzio nelle teche dei musei attraversa gran parte del lavoro di Koyoltzintli – un percorso che include la costruzione di strumenti, performance e workshop per condividere e salvaguardare le tradizioni. Ha partecipato con proprie performance alle mostre di colleghi come Guadalupe Maravilla (al Performance Space New York) e Delcy Morelos (alla Dia Art Foundation), e ha creato installazioni in cui i suoi strumenti dialogano con fotografie, video e disegni che fungono anche da partiture grafiche.
Per “How to Play a Broken Bone”, la sua mostra all’Al Held Foundation di Boiceville, nello stato di New York, terminata lo scorso giugno, Koyoltzintli ha realizzato opere ispirate a un antichissimo flauto d’osso acquistato da un collezionista privato che non lo aveva mai sentito suonare. «È quello che succede quando gli strumenti finiscono nelle mani di chi non ha sensibilità per il suono», ha detto. La mostra include due disegni alti circa due metri e mezzo che riprendono le incisioni sul flauto, parte di An arrow to the sky (2026) – una serie dedicata agli «esseri spirituali», per la quale ha dipinto con argilla liquida su tele di lino da appendere alle finestre. «Nella mia tradizione, si mette sempre del cibo [o altre offerte] vicino alle finestre, perché è da lì che gli spiriti entrano ed escono», ha spiegato.

Fa parte della mostra anche 9 Tz’lkin (2026), un grande fischietto ad acqua in ceramica, con guglie colonnari sormontate da candele che l’artista accende e lascia consumare. Il titolo allude a un giorno del calendario maya «adatto alle cerimonie dell’acqua e del fuoco, e a ringraziare la figura femminile», ha detto Koyoltzintli, e i materiali corrispondono ai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria. Il suono prende vita versando del liquido nel beccuccio e facendo roteare il fischietto, in modo da creare variazioni di pressione interna. «È come il vento che soffia quando ti trovi davanti all’oceano».
Da «ARTnews US».