⁠Il futuro come immaginario: Things to Come di Maja Malou Lyse al Padiglione della Danimarca

di | 18 giu 2026
Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Veduta dell’installazione. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Foto di Ugo Carmeni

Con “Things to Come”, Maja Malou Lyse mette il visitatore di fronte a una delle ossessioni più persistenti del nostro tempo: la sensazione che il futuro sia già arrivato e che assomigli molto meno alla fantascienza di quanto ci era stato promesso. Non astronavi, colonie spaziali o intelligenze artificiali senzienti, ma banche del seme, schermi, algoritmi, pornografia online e statistiche sulla fertilità. È dentro questo paesaggio apparentemente ordinario che il progetto costruisce la propria riflessione, osservando il modo in cui una società produce immagini della propria continuità proprio mentre inizia a dubitare della propria capacità di immaginarla. 
C’è qualcosa di sottilmente surreale nel fatto che una parte significativa delle discussioni contemporanee sul futuro dell’umanità finisca per passare attraverso laboratori di fertilità, piattaforme digitali e contenuti pornografici. Eppure è precisamente questo territorio che “Things to Come” decide di attraversare. Non per scandalizzare, e nemmeno per formulare una previsione, ma per osservare come il presente costruisca i propri racconti sulla sopravvivenza utilizzando strumenti che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati appartenere a contesti completamente differenti.
La nozione di riproduzione costituisce il nucleo teorico dell’intero lavoro. Non soltanto la riproduzione biologica, legata alla specie, ma anche quella simbolica, culturale e mediale che determina la circolazione delle immagini, la costruzione dell’identità e la trasmissione di forme di vita. In questo senso, il progetto utilizza la questione della fertilità come punto di accesso a una riflessione più ampia sulle modalità attraverso cui il presente costruisce racconti del e nel futuro.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Still da video. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Di fondo, “Things to Come” sembra essere un lavoro sull’immaginazione. La crisi riproduttiva diventa qui meno un dato biologico che un sintomo culturale: un fenomeno capace di catalizzare paure, aspettative e fantasie che riguardano il rapporto tra tecnologia, corpo, desiderio e sopravvivenza. Ciò che interessa davvero a Lyse non è la crisi demografica in sé, ma il modo in cui essa viene trasformata in racconto. Perché ogni crisi contemporanea, prima ancora di produrre conseguenze, deve produrre immagini. Deve diventare visualizzabile, condivisibile, narrabile. In altre parole: deve diventare un immaginario.
La diminuzione della fertilità maschile interessa qui meno come dato medico che come straordinaria macchina narrativa. Un fenomeno biologico che, una volta intercettato dall’ecosistema mediatico, genera paure, statistiche, fantasie tecnologiche, soluzioni speculative e nuovi mercati del possibile. Le tecnologie della procreazione assistita, la conservazione del materiale genetico e l’intervento crescente della scienza nei processi riproduttivi non vengono trattati come temi autonomi, ma come segnali di una trasformazione più vasta che investe il modo in cui le società contemporanee elaborano la propria idea di continuità.
Il padiglione si sviluppa come un ambiente in cui immagini, infrastrutture scientifiche e dispositivi espositivi concorrono alla costruzione di una medesima esperienza percettiva. Lo spettatore si trova immerso in uno spazio dove il confine tra documento e finzione, dato scientifico e immaginazione speculativa, informazione e intrattenimento rimane costantemente instabile. Nulla appare completamente reale e nulla completamente simulato. L’opera sembra piuttosto interessata a quella zona intermedia in cui le immagini smettono di rappresentare il mondo e iniziano a partecipare attivamente alla sua costruzione.
Da tempo la ricerca di Maja Malou Lyse si confronta con il ruolo delle immagini nella formazione dei soggetti contemporanei, ma in “Things to Come” questa riflessione assume una scala più ampia. Le immagini non sono considerate semplici superfici di rappresentazione, bensì tecnologie culturali capaci di produrre effetti materiali sul mondo. Esse contribuiscono a modellare aspettative, orientare comportamenti e definire ciò che una società considera desiderabile, possibile o inevitabile. Più che oggetti da interpretare, diventano strumenti attraverso cui il presente organizza il proprio rapporto con il reale.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Still da video. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Dire che viviamo immersi nelle immagini è diventato lapalissiano. Più interessante è riconoscere che le immagini hanno smesso da tempo di limitarsi a rappresentare il mondo. Oggi lo anticipano, lo modellano. Non documentano semplicemente gli eventi: contribuiscono a produrli. È una constatazione che rischia di sembrare un cliché teorico finché non ci si rende conto che una parte crescente della realtà contemporanea esiste precisamente perché è stata prima immaginata, visualizzata, simulata e condivisa. In certi momenti si ha persino l’impressione che il mondo reale stia rincorrendo le proprie rappresentazioni con qualche mese di ritardo.
È forse in questo senso che “Things to Come” può essere letto come una riflessione sulle forme contemporanee della biopolitica, purché il termine venga sottratto alle sue interpretazioni più scolastiche. Se il Novecento foucaultiano era ancora ossessionato dall’amministrazione dei corpi, il presente sembra interessato a qualcosa di più sottile: la produzione degli immaginari attraverso cui quei corpi imparano a pensarsi e quindi ad affermare la loro esistenza. Non si tratta più semplicemente di disciplinare la vita, ma di renderla continuamente rappresentabile, misurabile, condivisibile e soprattutto narrabile. In altre parole, il potere non agisce soltanto sui corpi; agisce sulle immagini che quei corpi producono di sé stessi.
In filigrana, “Things to Come” sembra inoltre riattivare alcune delle questioni che hanno attraversato il dibattito sul postumano degli anni Novanta. Pur senza dichiarare apertamente una genealogia teorica specifica, il progetto si muove in un territorio in cui il corpo cessa di essere pensato come entità autonoma e stabile per apparire piuttosto come un punto di intersezione tra processi biologici, sistemi tecnologici e costruzioni culturali. La crescente integrazione tra vita organica e infrastrutture tecniche, la ridefinizione dei confini tra naturale e artificiale e la crisi di una concezione umanistica del soggetto costituiscono questioni che attraversano sotterraneamente l’intero progetto.

Tuttavia, ciò che rende interessante il lavoro di Lyse è il fatto che queste problematiche non vengano affrontate come scenari futuribili. Le condizioni che negli anni Novanta apparivano speculative o persino fantascientifiche costituiscono oggi l’ambiente ordinario dell’esperienza contemporanea. L’infrastruttura tecnologica non è più una promessa né una minaccia: è il contesto entro cui la vita quotidiana prende forma. Per questo motivo “Things to Come” non si presenta come una narrazione sul futuro, ma come un tentativo di osservare criticamente il presente attraverso le immagini che esso produce di sé stesso.
Il futuro evocato dal titolo assume quindi una configurazione particolare. Non è il futuro della previsione, né quello della fantascienza classica. Non c’è spazio per grandi prospettive emancipative o per nuove utopie. È piuttosto il futuro come costruzione culturale: un campo di proiezione collettiva in cui si intrecciano desideri, paure, modelli scientifici, fantasie mediali e narrazioni della crisi. Le immagini non si limitano a rappresentarlo, ma partecipano attivamente alla sua produzione. In questo senso, la mostra sembra interrogare non tanto ciò che accadrà, quanto le forme attraverso cui il presente tenta di proiettare ciò che ancora non esiste, compresa la possibilità del fallimento.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Foto di Zoe Chait

L’architettura del padiglione contribuisce in maniera decisiva a questa riflessione. Lungi dal funzionare come semplice contenitore, lo spazio espositivo viene trasformato in una componente attiva dell’opera. Schermi, dispositivi luminosi e strutture integrate costruiscono un ambiente che richiama simultaneamente il laboratorio, il set cinematografico, l’apparato pubblicitario e lo spazio espositivo. Il visitatore attraversa così una geografia percettiva in cui le categorie tradizionali – realtà e finzione, naturale e artificiale, informazione e spettacolo – perdono progressivamente solidità.
Questa instabilità di fondo sembra costituire il vero contenuto dell’opera. “Things to Come” mette in scena una realtà in cui i confini che tradizionalmente organizzavano l’esperienza risultano sempre più porosi. La scienza produce immaginari; l’intrattenimento genera forme di conoscenza; le piattaforme digitali ridefiniscono le modalità attraverso cui percepiamo il corpo e il desiderio; la rappresentazione interviene direttamente nella costruzione della realtà sociale. Ciò che emerge è un ecosistema in cui categorie un tempo distinte tendono a sovrapporsi e contaminarsi reciprocamente.
In questo quadro, la pornografia occupa una posizione curiosa. Per decenni è stata uno degli strumenti preferiti dell’arte quando si trattava di disturbare il pubblico, mettere in crisi le convenzioni o forzare i limiti della rappresentazione. Oggi, però, il problema sembra essersi ribaltato. Dopo anni di esposizione continua, piattaforme, feed infiniti e immagini disponibili in quantità industriale, la vera domanda non è più se il porno possa scandalizzare qualcuno. La quesrtione è se riesca ancora a competere con il resto della produzione di internet.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Veduta dell’installazione. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Foto di Iris Gentili

Per oltre un secolo la pornografia ha prosperato promettendo accesso all’eccesso e al segreto. Oggi l’eccesso è la condizione ordinaria della vita online. Il suo statuto appare profondamente mutato. La diffusione capillare delle piattaforme digitali, la normalizzazione dell’esposizione del corpo e l’assimilazione di molte estetiche pornografiche all’interno della cultura visuale mainstream rendono più difficile attribuire a questo immaginario una funzione realmente perturbante. La questione non riguarda tanto la sua legittimità come tema, quanto la sua efficacia critica. In una cultura dell’ipervisibilità il problema non sembra più essere la censura delle immagini, ma la loro sovrabbondanza. Non l’impossibilità di vedere, bensì la difficoltà di attribuire significato a ciò che è già stato visto infinite volte.
La pornografia ha probabilmente vinto una battaglia che non avrebbe mai voluto vincere: è diventata una convenzione. O forse, peggio ancora, un’abitudine. Non perché abbia perso necessariamente potenza, ma perché le sue logiche si sono diffuse ovunque. L’esposizione permanente del sé, la performatività dell’identità, la trasformazione dell’intimità in contenuto: molte delle strategie che un tempo appartenevano a territori specifici sono ormai diventate grammatica quotidiana della vita digitale. Il porno non è più fuori dal sistema: è una delle forme attraverso cui il sistema ha imparato a guardarsi e a riprodurre i propri modelli.
Da questo punto di vista, “Things to Come” evita la trappola della provocazione. La pornografia non viene utilizzata come elemento scandaloso né come strumento di trasgressione. Diventa piuttosto uno dei molti dispositivi che partecipano alla costruzione dell’immaginario contemporaneo, accanto alla scienza e ai sistemi di comunicazione. 
Forse è proprio qui che il progetto trova uno dei suoi aspetti più interessanti. Non tanto nel mostrare immagini legate alla sessualità, quanto nel suggerire che la loro apparente perdita di carica sovversiva costituisca essa stessa un fatto culturale significativo. L’assuefazione alle immagini non produce soltanto indifferenza; modifica anche il modo in cui una società immagina e produce il desiderio, il corpo e il futuro. In questo senso, la pornografia diventa meno un argomento e più un dispositivo attraverso cui osservare le trasformazioni e la caducità dell’immaginario contemporaneo.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Still da video. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Particolarmente significativa è anche la maniera in cui il progetto affronta il rapporto tra crisi e rappresentazione. Il declino della fertilità, l’incertezza ambientale, la trasformazione delle relazioni sociali e l’espansione delle tecnologie digitali costituiscono alcuni dei grandi racconti attraverso cui il presente descrive sé stesso. Lyse non sembra interessata a confermarli o a smentirli, ma a osservare le forme visive attraverso cui essi vengono continuamente narrati e resi percepibili. In questo senso la crisi appare meno come un evento che come una condizione narrativa, e quindi esistenziale, permanente. Non interrompe il funzionamento del sistema delle immagini, ma ne diventa carburante.
Da questa prospettiva, “Things to Come” appare meno come una mostra sulla fertilità che come una mostra sulle fantasie che una società produce – o smette di produrre – quando inizia a interrogarsi sulla propria tenuta nel tempo. È significativo che tali fantasie assumano la forma di schermi, laboratori, performer pornografici, dati scientifici e narrazioni speculative. Se qualcuno avesse descritto questo scenario trent’anni fa probabilmente lo avremmo chiamato fantascienza. O una satira. O entrambe le cose.

Maja Malou Lyse, “Things to Come”, 2026. In collaborazione con DIS. Stil da video. Padiglione Danimarca, Venezia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

In ultima analisi, “Things to Come” non propone una diagnosi definitiva né una visione univoca del futuro. Piuttosto, mette in scena un presente intento a osservare sé stesso mentre cerca disperatamente nuove immagini con cui raccontarsi e darsi continuità. Alcune arrivano dalla scienza, altre dall’intrattenimento, altre ancora da territori che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati marginali. Il risultato è un ambiente in cui critica e spettacolo convivono così strettamente da diventare talvolta indistinguibili. Ed è forse questa la forza del progetto, ma anche il suo rischio principale.
Dietro il linguaggio dell’innovazione e del progresso sempre più cinico, continua infatti ad agitarsi una questione molto più antica: la difficoltà di immaginare un futuro che non assomigli semplicemente a una versione aggiornata del presente. “Things to Come” non risolve questo problema. Semmai lo espone. E proprio per questo risulta più interessante di molte opere che pretendono ancora di avere una risposta.
Se esiste una forma di inquietudine che attraversa il padiglione riguarda piuttosto la sensazione che il nostro immaginario del futuro si sia progressivamente ristretto. Continuiamo a produrre immagini in quantità senza precedenti, ma non è affatto chiaro se siamo ancora capaci di produrre visioni. Ed è forse qui che il progetto di Lyse trova il suo punto più incisivo: nel suggerire che la vera crisi potrebbe non essere biologica. Potrebbe essere immaginativa.