L’ex stilista Emma Safir trasforma i tessuti in dipinti incantevoli

di | 25 ago 2026
Emma Safir, Murex Pastiche, 2025. Seta stampata digitalmente, peltro, perline di vetro a specchio, filo riflettente, neoprene, Flashe, 58 × 124 × 5 cm. Courtesy dell’artista; HESSE FLATOW. © Jenny Gorman

Come si combatte la progressiva levigazione dell’oggetto artistico? Per Emma Safir (New York, 1990) la risposta sta nell’affidarsi alle qualità sensoriali dei tessuti e nello spingere strategie e gesti oppositivi verso nuove configurazioni e dipendenze. Ne risultano opere di grande mistero e sapienza materica, ciascuna una riflessione sulle corrispondenze sfuggenti e ambigue tra l’artigianale e il (ri)prodotto digitalmente.
Ex stilista e stampatrice d’arte di lunga esperienza, Safir mette a frutto la sua conoscenza intima dell’abbigliamento, delle tecniche tradizionali di ricamo e dell’ornamento decorativo in una pratica artistica complessa e incarnata, in un’epoca devastata dal consumo superficiale e dalla decadenza politica. Indifferente alle rigide divisioni tra fine art e arti decorative, tra processi artigianali e digitali, Safir cerca una strategia per contrastare la mercificazione servendosi di tecniche che attraversano diversi media – nello specifico fotografia, stampa e artigianato – e tradizioni della lavorazione materica come la foratura, il cucito e, talvolta, la manipolazione digitale.

Emma Safir, Screened Nacre, 2025. Seta stampata digitalmente, georgette di seta, perline di vetro a specchio, acciaio inossidabile, 175 × 165 × 83 cm. Courtesy dell’artista; HESSE FLATOW. © Jenny Gorman
Emma Safir, Screened Nacre Alternate, 2025. Seta stampata digitalmente, georgette di seta, perline di vetro a specchio, acciaio inossidabile, 175 × 165 × 83 cm. Courtesy dell’artista; HESSE FLATOW. © Jenny Gorman

Questo approccio trova la sua espressione più compiuta nei dipinti dalle forme amorfe e nei grandi arazzi in georgette di seta e tulle dalle tinte preziose stampati digitalmente. In opere come APRICOT SILK (2025) e BABY DARLING (2025), Safir costruisce profondità espressiva usando tecniche di punto smock per sollevare e increspare la superficie, affermando così la parentela tra pittura, decorazione e ornamento. A questo si aggiunge l’inserimento di perle di vetro e conchiglie, che aggiungono luminosità e movimento ai ricchi campi cromatici.

Gli ovali e i rettangoli organici e cedevoli che evocano oggetti e superfici riflettenti come specchi o schermi, invitano a trattare le opere come soglie dello sguardo. Eppure l’artista ostacola il processo con cui immaginiamo il nostro volto riflesso nelle sue cornici bombate mediante l’uso di tessuti opachi e di motivi caleidoscopici sfumati – tratti dal suo archivio fotografico personale – stampati sul tessuto, rendendo il piacere di riflettersi e perdersi nell’opera difficile, se non impossibile. Rifiutando categorie stabili o definizioni di genere, le opere di Safir esigono un processo di fruizione più arduo, ambiguo e stratificato – plasmato e custodito dalle combinazioni di gerarchie di materiali dell’artista, in cui artigianato, fine art e processi digitali prosperano e faticano sotto il peso delle proprie tradizioni e rilevanza contemporanea.
Nel mondo di Safir, punti e cuciture premono sulla griglia modernista e ne perforano la logica, lasciando che qualcosa di più disordinato, collaborativo e instabile si dispieghi.

Da «ARTnews US».

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