Ren Light Pan mette in scena il dilemma dell’artista trans

La prima cosa che vedo entrando nel minuscolo studio newyorkese di Ren Light Pan è una grande tela con un’immagine monocromatica dell’Ermafrodito dormiente. È quello conservato al Louvre: una copia romana in marmo del II secolo d.C., a grandezza naturale, di un bronzo greco.
Pan mi mostra una serie di immagini più piccole su tela, varianti di questa figura classica realizzate da altri artisti. Ma la sua versione è quella che cattura di più l’attenzione, in parte perché è tratta da una foto in cui si vedono le gambe dei visitatori dietro la figura marmorea distesa.
Non sorprende che un’artista transgender abbia scelto questo soggetto, né che una scrittrice transgender lo abbia riconosciuto immediatamente. Ermafrodito sarebbe una figura mitologica. Era figlio di Ermes e Afrodite, talmente irresistibile da far girare la testa a Salmace, una naiade piuttosto capricciosa che cercò di possederlo con la forza. Gli dèi esaudirono la sua preghiera di essere uniti per sempre, e divennero Ermafrodito.
Nella cultura visiva occidentale, Ermafrodito è un antecedente della rappresentazione erotica transgender. Vista da dietro, la figura reclinata è tutta spalle eleganti e sedere delizioso; dall’altro lato, un pene e un accenno di seno. Le versioni di Pan danno forma al dilemma dell’artista trans (e anche dello scrittore trans): non possiamo mai sottrarci allo sguardo cis, attraverso il quale siamo qualcosa di unico. Siamo l’anomalia che dà ai cis il conforto della normalità. Parafrasando erroneamente Dorothy Parker: essere cis non è normale, è soltanto comune. Oppure, come dice Pan: «Siamo sempre esistiti, ma siamo sempre stati uno spettacolo».


Le immagini di Pan sono realizzate con una sorta di metodo duotone di sua invenzione. Mescola inchiostro e acqua su una superficie piana – solitamente il pavimento del suo studio. Sopra, sospende una tela pretrattata, sulla quale appoggia uno strato trasparente di pellicola con l’immagine che ha stampato dalla copisteria dall’altro lato della strada. In alto, ha montato il tipo di lampade riscaldanti che si possono acquistare in ferramenta. Una volta assemblato tutto, l’immagine si forma nell’arco di una o due ore, mentre il calore evapora la miscela di inchiostro e acqua.
Pan ha ideato questo metodo – un modo per «creare una situazione in cui non ho il controllo totale» – per aggirare le proprie tendenze perfezioniste. Quello che perde in termini di controllo, lo guadagna in autonomia. I materiali sono facilmente reperibili, low-tech, e non richiedono collaboratori. «L’inchiostro costa pochissimo», dice. «Ma non diciamolo ai collezionisti», rispondo.

Dietro queste immagini straordinarie c’è una grande quantità di conoscenze accumulate sul processo. Il trasferimento dell’immagine è sensibile alle temperature e all’umidità, ma Pan ha imparato con l’esperienza a calcolare i tempi di esposizione. I risultati finali sono affascinanti anche perché, in un mondo saturo di immagini, il suo metodo casalingo conferisce loro un aspetto unico.
Mi mostra anche altri lavori appartenenti a serie diverse, basati su altre immagini – inclusa una del proprio corpo. Per realizzarle doveva restare sdraiata in posa per più di un’ora mentre l’immagine prendeva forma. Era prima della sua transizione. Da allora, ha abbandonato l’aspetto masochista della performance durativa nel suo processo di creazione delle immagini. È un bene, le dico. Entrambe abbiamo chiuso con il dolore che i nostri corpi ci causavano un tempo. Adesso creiamo cose belle con la nostra bella carne. Anche se, come Ermafrodito, dobbiamo sopportare di essere uno spettacolo – ma bisogna pur campare.
Da «ARTnews US».