Giornate del Respiro a Cagliari, un festival per la giustizia ecologica e le arti performative

Poco più di dieci anni fa, Anna Tsing invitava chiunque avesse tra le mani il suo Il fungo alla fine del mondo a pensare con e come un fungo matsutake, la prima forma di vita a spuntare tra le macerie di Hiroshima nel 1945. L’assunto: se una sopravvivenza su un pianeta ormai infetto è possibile, allora deve essere collaborativa e multispecie. Questo mi torna in mente mentre assisto all’improbabile KaraOCHE, una performance bizzarra di Lucia Di Pietro, nei panni di una tacchina arrosto che, insieme a Nicola Simone Cisternino, Lucrezia Palandri e Giordana Patumi, che si identificano rispettivamente in un’oca, un’aragosta e una cigna, si esibisce in un karaoke che non teme il ridicolo, l’eccesso, il naïf. Con un’estetica camp da parco a tema, lo spettacolo si costruisce in un’infilata di canzoni. In una di queste, la tacchina racconta di arrivare dall’industria culturale e, mentre canta il suo urlo di dolore, sullo schermo alle sue spalle immagini della preparazione di un tacchino ripieno vanno in loop. C’è dolore anche nell’assolo dell’aragosta che a ogni ritornello intona «hot hot water, hot wateeer». Il dolore diventa spettacolo, un martirio esibito con la spudoratezza di chi sa di essere in scena e sulla graticola allo stesso tempo. Raramente un memento mori è stato per me così irresistibile.

Lo spettacolo fa parte della sesta edizione delle Giornate del Respiro, un festival di arti performative curato da Giulia Muroni, progetto nato nel 2021 a Fluminimaggiore, un comune dell’area interna della Sardegna, poi trasferitosi a Cagliari nel 2023. Un progetto culturale che usa il respiro come lente per guardare alle complessità del contemporaneo e che rivendica il respirare come atto di resistenza contro un sistema che vorrebbe vederci sempre più senza fiato, parafrasando la politologa Françoise Vergès. Una riflessione iniziata in un territorio, il Sulcis-Iglesiente, dove la radicata attività estrattiva mineraria ha causato un’alta incidenza di malattie respiratorie e una mortalità polmonare superiore alla media. Il respiro s’è subito posto come invito a riappropriarsi degli spazi di vita e delle pratiche di giustizia sociale, sottraendo i corpi e la natura alle politiche mortifere imposte dal capitalismo estrattivista. Approdato a Cagliari, il festival ha riorientato questa riflessione alla dinamica della città, chiedendosi come equilibrare i rapporti tra esseri umani e quella che chiamiamo natura, intendendo non un altrove puro ma un’alleanza di specie, corpi e spazi.
In continuità con questa riflessione, l’installazione Memory of Birds dell’artista libanese Tania El Khoury rimugina sulle tracce che la violenza lascia sepolte nei corpi e nelle terre contese. Si tratta di un’installazione sonora pensata per i parchi, portata stavolta nel contesto urbano di Piazza del Carmine, molto connotato nella cronaca cittadina e intrappolato in una narrazione infestante giocata sulla dialettica degrado-decoro. Qui, sotto gli alberi delle aiuole, in uno stato di sospensione e rilassamento, si può ascoltare una storia di memoria diasporica attraverso quella migratoria degli uccelli. Il lavoro si inserisce così in una riflessione più ampia sulle ecologie urbane e sul diritto alla città, sovvertendo le letture più stereotipate di un’ecologia che è critica e politica, e consapevole di come ingiustizia interspecie e ingiustizia sociale siano sempre intrecciate.

Questo spinge a chiedersi come si viva nelle città. Una risposta, satirica e disincantata, arriva da Niccolò Fettarappa, in scena con Lorenzo Guerrieri per l’anteprima di Scemi del Villaggio che debutterà questa estate, e suona così: «Male!». Tra le sagome di cartone di palazzi cittadini, in un rimbalzo di monologhi, viene desacralizzata qualsiasi retorica della vita in provincia, tutta orientata all’invenzione dell’autentico, del caratteristico e del pittoresco, e quella della città, incastrata in una dinamica mercificante e omologante. Al pubblico arriva confortante un quadro perfettamente riconoscibile, ma privo di una via di fuga.

Apparentemente rassicurante, ma in una chiave infantilizzante, è Kittens di Angelo Petracca, in scena insieme a Verdiana Gelao, con indosso tutine in latex con dei cuori disegnati sul petto, un’estetica interamente riconducibile alla subcultura nipponica kawaii. Difficile dire se somiglino più ad avatar, cosplay o giocattoli animati, ma in essi emerge la figura della shy girl, ricorrente nella cultura kawaii contemporanea: apparentemente vulnerabile, ma anche profondamente consapevole dei codici attraverso cui costruisce e controlla la propria immagine. Qui la cuteness, che provo a tradurre con “carineria”, appare come un sistema di movimenti strettamente codificati e di gesti immediatamente riconoscibili, consumabili e replicabili: cuori tracciati con le braccia, finger heart, pose da idol. Ogni posa sembra esistere già come immagine condivisibile, destinata alla viralità memetica. Ripetuti fino quasi all’automatismo, questi movimenti danno ai corpi dei performer qualità seriali e meccaniche. Di certo la recente riscoperta dell’immaginario degli anni Duemila ha restituito legittimità a questo vocabolario visivo, che qui mostra come dietro un’apparente leggerezza si nasconda una ben codificata economia dell’attenzione.

Come una citazione interna alla storia del festival, tornano a Cagliari Leonardo Delogu e Valerio Sirna del duo DOM- a presentare Con gli occhi aperti in un ruggito, il film realizzato da Studio Azzurro sulla loro performance di paesaggio La città che cammina, presentata nella quarta edizione del festival nel 2024. Una camminata lunga quattro ore che, attraverso una drammaturgia di spazi, si addentra nella città con un moto centrifugo dal centro alla periferia. Lungo il cammino si incontrano cinque guide che per un po’ si fanno seguire e spiare. Dalla stazione ferroviaria si arriva a Stampace, la parte vecchia della città, in evidente stato di abbandono, per proseguire verso la necropoli di Tuvixeddu, il colle di Tuvumannu, l’edilizia popolare di Is Mirrionis e San Michele e il centro commerciale Fenicotteri. Un percorso che si perde tra le baracche abbandonate di pescatori di arselle della laguna di Santa Gilla, in un paesaggio degno di The Waste Land, sotto un cielo attraversato da aerei bassissimi vicinissimi all’aeroporto di Elmas. Per l’intera durata della camminata la percezione si fa affilata, pronta a captare gli elementi originali del paesaggio e quelli editati da DOM-, una distinzione che si fa sempre più difficile. Il paesaggio emerge come processo mai concluso, come campo di relazioni e negoziazioni continue tra fenomeni e soggetti, e trama di eruzioni di vita imprevedibili e incontrollabili.

L’ultima immagine che conservo del festival è un’altra storia di sopravvivenza al disastro, proprio come il fungo matsutake. È il testo della canzone Stormi di Iosonouncane che saluta così il pubblico delle Giornate del Respiro nel cortile dell’EXMA, un’architettura neoclassica della metà dell’Ottocento che ospitava il mattatoio cittadino, le cui facciate sono ancora scandite da teste di buoi in marmo su ogni lato. Al tramonto, sotto un cielo attraversato da stormi di fenicotteri, che in questa stagione volano da uno stagno all’altro, la canzone suona come una possibilità di ritorno, quella di stormi che tornano a volare non appena è finita la tempesta.