Riascoltare Matera: l’arte performativa riscopre i linguaggi del paesaggio

Tra la pietra calcarea dei Sassi e il teatro di un’archeologia rimossa e al contempo rediviva, Matera vive una tensione sottile e perpetua: quella tra la riduzione a icona, cartolina o reliquia museale, alimentata dal turismo performativo, e la necessità di riconoscersi come città viva, chiamata a negoziare incessantemente la propria identità. Eletta a Capitale Europea della Cultura nel 2019 e attualmente riconosciuta a livello internazionale come Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026, è pronta ad accogliere nuovi linguaggi. Oggi la città si presenta come una scintillante ribalta cinematografica e una meta di pellegrinaggio globale, senza tuttavia perdere la straordinaria capacità di offrire una quiete sorprendente.
In questo paesaggio di pietra, arte e città si confrontano con la propria immagine nel tempo: un luogo che continua ad affascinare perché conserva la memoria di una storia condivisa con altri antichi insediamenti rupestri come Aleppo e Gerico. Ma se il turismo rischia di trasformare il tufo in semplice scenografia, la risposta non può essere solo la conservazione: serve una cultura capace di abitare questi spazi e restituire loro un senso collettivo.
È proprio in questo crinale attraente e sdruccevole che un’incursione radicale come il COOP SUMMIT 2026, concepito come momento culminante e restituente del percorso di studi annuale COOP e promosso dal DAI (Dutch Art Institute), indaga sotto una lente transdisciplinare i molteplici innesti artistici nel tessuto urbano e storico di Matera attraverso sei gruppi di ricerca, curati in sinergia con istituzioni internazionali come De Appel, SAVVY Contemporary, Archive Ensemble, Hosting Lands, If I Can’t Dance… e Neringa Forest Architecture. L’istituto si è posto l’obiettivo di coniugare il rigore accademico alle pratiche popolari per interrogare le istanze del contemporaneo. Attraverso metodologie d’indagine non estrattive e percorsi di ricerca alternativi, a coronamento di un anno di erranza e studio collaborativo attraverso l’Europa, gli artisti, in tre giornate, dal 15 al 17 luglio, hanno restituito a Matera i propri approdi sperimentali in un confronto critico in cui la materia, il pensiero e il territorio tornano a dialogare all’unisono.
Il primo spazio coinvolto è stato Casa Cava, centro polifunzionale situato nel cuore del Sasso Barisano che, dopo lunghi periodi di degrado, è stato completamente recuperato e trasformato in un auditorium ipogeo. Il percorso itinerante del laboratorio COOP si coagula a Matera come l’approdo naturale di una geografia errante, non si tratta di occupare uno spazio, bensì di assecondarne la porosità di un ritrovo sotterraneo. L’azione del gruppo prende forma attraverso un modello allegorico in cui le parole chiave sono Pietra, Erosione, Gioco ed Eco, impersonato come un glossario vivente che restituisce alla materia la propria capacità di parola. L’incipit è una polifonia vocale a canone, figlia della lezione di Lina Lapelytė, che fa risuonare l’ipogeo del canto nudo, intrecciando timbri educati e voci profane. La roccia si consuma così nel racconto della propria storia minerale, cede al Gioco, riscoperto attraverso i ricordi d’infanzia del tassista Antonio Bellomo tra i vicoli dei Sassi, per approdare infine all’Eco, quella persistenza della vita e della memoria che torna a infestare sorniona il presente.

Come sostiene Ella Tegenbos, una delle artiste dello study group, «l’introduzione del pezzo è stata creata collettivamente, ispirandosi alla nostra ricerca centrale Tending forests in our minds (coltivare foreste nelle nostre menti), che indaga come gli esseri umani modellano la natura: sia fisicamente, costruendola, sia attraverso le proprie proiezioni su di essa. Durante la performance a Casa Cava abbiamo cercato di immaginare cosa significhi una foresta per ciascuno di noi. Abbiamo invitato il pubblico in un processo speculativo di immaginazione della natura nella sua assenza». L’operazione speculativa indaga la foresta proprio dove la foresta non c’è: un’evocazione del mancato, una riflessione sottile su quella natura che l’uomo modella, pianifica o devasta per oltre i tre quarti della superficie terrestre. La finzione performativa si avvale di strumenti ibridi, tra cui la costruzione di “violini” ricavati da rami e dotati di microfoni a contatto. Il gruppo poi si è spostato nel giardino, che li ha avvicinati fisicamente all’idea di foresta: la performance è diventata così un dialogo diretto con la natura. Un performer osservava gli elementi vegetali al microscopio, mostrandone i dettagli su uno schermo allacciato al corpo, altri trasformavano in danza le forme di alberi e piante e si muovevano nello spazio immersi nei suoni reali del giardino. Questa pratica ha avuto il merito di coinvolgere e condividere le più vive intelligenze del territorio lucano dando linfa alla circolarità del sapere: dall’inquadramento storico fornito dall’architetto Andrea Bagnato alle esplorazioni botaniche con il biologo Giuseppe Grossi, sino all’incontro con Pietro Franco e il suo progetto Magnus Lucus, focalizzato sul ripristino ecologico dei paesaggi degradati dell’Italia meridionale attraverso la riforestazione, la rigenerazione della biodiversità, la gestione dell’acqua e pratiche rigenerative. I rami portati da quest’ultimo diventano protesi relazionali passate di mano in mano tra gli spettatori, quasi a saggiare la consistenza di un’ecologia dell’attenzione. E persino la materia dolciaria si fa simbolo: la degustazione finale delle scorzette di Bernalda, suggerite da Marco La Terza, trasforma la croccantezza del cibo nella metafora edibile della corteccia d’albero. Il secondo luogo che ha ospitato gli artisti è tra le insenature minerali del Parco la Palomba, un’imponente cava recuperata dove le sculture monumentali in tufo e metallo di Antonio Paradiso convivono con la natura e la memoria del luogo.

La ricerca artistica del gruppo De Appel si fa gesto d’ascolto e rituale di sintonizzazione con la materia. Summoning Water from Stone, ovvero evocare l’acqua dalla pietra, non si presenta come una semplice esposizione, ma come un dispositivo d’indagine corale che trasforma il paesaggio geologico in un archivio sonoro e percettivo, teso a riesumare le memorie sommerse e le storie rimaste inascoltate. Il cuore dell’opera risiede in un’installazione sonora a quattro canali, concepita per frammentare e ricomporre il paesaggio acustico. Piccoli altoparlanti, dissimulati tra le pieghe della roccia, i cespugli e le piante del parco, diffondono in modo discontinuo trame di musica sinfonica, echi e paesaggi sonori stranianti. Sopra questi dispositivi, particolari sculture in pasta di sale, modellate con forme organiche che ricordano conchiglie o corni, agiscono come vere e proprie casse di risonanza, amplificando il suono e offrendo al contempo un punto d’appoggio visivo e tattile. L’ascoltatore è così invitato a un movimento continuo e improvviso, a una sosta frenata che rompe l’orizzontalità dell’ambiente. L’esperienza travalica la pura dimensione acustica per farsi materia viva. L’invito è quello di, attraverso postazioni di modellazione dove manipolare la pasta di sale e la cera d’api locale, riscoprire un contatto intimo con gli elementi del territorio. Sulle pareti di roccia, rudimentali “telefoni da muro” creano una suggestiva finzione acustica: accostando l’orecchio alla pietra, si percepisce il fruscio delle onde marine, quasi a voler evocare la presenza primordiale dell’acqua dentro l’aridità dei Sassi.

Il terzo scenario si apre sulla terrazza panoramica della fondazione Le Monacelle, luogo da tempo vocato a ridiscutere i margini della cultura e della pedagogia artistica. Nel panorama delle pratiche artistiche contemporanee, la performance tende sempre più a smarcarsi dalla rigida geometria della rappresentazione per farsi esperienza pura, corporale e vibratoria. È in questo orizzonte che si colloca Never for the First Time, l’approdo del gruppo di studio Body as Memory guidato da Frédérique Bergholtz e Angelo Custòdio. Una vera e propria immersione in un mondo fatto di risonanze, somatica e respirazione. Cantare insieme, esplorando la soglia tra il fonema e il canto, tra la vocale e la consonante, si trasforma così in una rinata forma di coabitazione e conoscenza embodied. Tale itinerario ha trovato nel paesaggio fisico e mitico di Matera il proprio contrappunto ideale: più che la celebre architettura dei Sassi, sono stati i volumi imponenti e silenziosi della Gravina, il soffio del vento tra le erbe secche, i campanacci del bestiame e l’acustica solenne delle grotte a modellare la sensibilità del gruppo. Durante l’azione performativa, i corpi in cammino degli artisti hanno tracciato l’intervallo ideale tra il complesso delle Monacelle e la rupe della Madonna degli Angeli.
Come afferma Angelo Custòdio, uno dei tutor dello study group, «mentre le città vengono spesso comprese attraverso la loro architettura e pianificazione urbana, a Matera è apparso evidente come le montagne circostanti siano egualmente responsabili nell’articolare la trama, la luce, il volume e forse persino lo spirito della città. La storia stratificata dei Sassi e le molte grotte scavate nel paesaggio circostante ci hanno incoraggiato a pensare all’abitare stesso come a qualcosa di stratificato, con la speranza che la performance potesse evocare associazioni con l’occupazione, l’articolazione, la vibrazione, la protezione, la cura, la domesticazione, la reciprocità e il culto». Si instaura così un dialogo a distanza che ha trasformato la valle in una cassa di risonanza: il pubblico, affacciato dall’alto delle Monacelle, è stato invitato a non limitarsi a contemplare il paesaggio come un fondale estetico, ma ad ascoltarlo nella sua imprendibilità. È dunque possibile interpretare queste iniziative culturali come un invito a guardare Matera con occhi diversi. Piuttosto che cedere alla mercificazione di una storia complessa, dolente e ancora tutta da scoprire, queste esperienze propongono una visione di un passato carico di realtà sommerse.