Robida. Pratiche di ospitalità

Topolò (Topolove, in sloveno) non si raggiunge per caso. Sta alla fine di una strada che finisce lì, sulle montagne al confine tra Friuli e Slovenia, a pochi passi dall’unico sentiero che collega il paese alla Slovenia attraverso il bosco. Quando sono arrivata, a luglio, con il collettivo RAD Cookbook e Agnese Politi, Elena Braida – artista friulana, da anni parte della rete allargata di Robida – era già lì da qualche settimana. La sua era quella che Robida chiama un’intentional stay: una permanenza intenzionale, nel caso di Elena nella cucina dell’Izba, lo spazio collettivo in cima al paese che lei apre ogni lunedì e giovedì dalle 17:30 per chiunque voglia sedersi a tavola, e non solo. Durante la residenza ha tenuto un diario culinario, archiviato le ricette dell’Izba, tessuto la trama di eventi con produttori locali e compagni di cucina. Nella settimana dal 6 al 12 luglio, RAD Cookbook – un progetto di convivialità attorno al cibo e al lavoro culturale – si è intrecciato con questa apertura: una cena attorno alla tavola condivisa e al Glossario dei Margini di Robida, una gnoccata per chi lavora all’Izba con una riflessione sulla precarietà del lavoro culturale, un incontro finale su reti, territorio e radicamento. Lavorare in uno spazio già abitato da qualcuno che lo abita con cura – con naturalezza, con quella familiarità che non si costruisce in una visita ma in un ritorno – ha reso chiaro quello che Vida Rucli mi avrebbe poi descritto come la condizione estiva di Topolò: le case aperte, la soglia tra privato e collettivo sciolta dalla stagione. Ho capito subito che quello era il punto: stavo entrando in un modo di abitare.

Robida, in sloveno, significa rovi: le prime piante che crescono su un terreno lasciato a sé stesso. Selvagge, resistenti, non coltivate. È il nome che il collettivo – nato nel 2015 e cresciuto fino a includere una decina di persone con formazioni che spaziano dall’architettura alla letteratura, dalla filosofia alle arti visive – ha scelto per la propria rivista e per sé: perché i rovi crescono proprio lì dove il terreno è stato abbandonato, e Topolò quell’abbandono lo conosce. Non è la prima esperienza culturale che abita questo paese al confine con la Slovenia: dal 1994 al 2022 vi si è tenuta la Stazione di Topolò, festival che ha aperto le porte del paese al mondo quando ancora sembrava non averle. Robida ne ha raccolto l’eredità senza ripetere il formato. La rivista è diventata nel 2017 un’associazione, e nel tempo una piattaforma, Radio Robida – che trasmette ogni secondo sabato del mese con una sede mobile che può spostarsi sul ciglio del paese –, uno spazio fisico, Izba, e un archivio di pratiche. Capire Robida significa accettare che nessuna di queste definizioni sia sufficiente da sola – e che forse non è un problema da risolvere, ma una condizione da abitare.
La rivista – multilingue in italiano, inglese, sloveno, francese e altre lingue, in ogni numero diverse, pubblicata una volta all’anno con un’open call su un tema legato al luogo – è il primo atto di questa resistenza alle categorie. Ogni numero vive dei contributi di chi scrive: dal suolo all’isola, dalla foresta al frutteto, fino alle corrispondenze dell’ultimo numero. È quello che Robida definisce situated publishing: «una rivista tenuta, ospitata, informata da e che riflette un luogo specifico. Il cambio ciclico delle stagioni in cui siamo immerse impatta su come lavoriamo, come stiamo insieme, cosa pensiamo. Il paese e il suo paesaggio ospitano le nostre passeggiate durante le pause della progettazione grafica, e da quelle passeggiate riportiamo tracce che entrano graficamente nella rivista». Il tema, ogni anno, parte da Topolò e torna a Topolò. Nel mezzo c’è il mondo.

Ma la resistenza alle categorie di Robida non è solo formale. È lessicale. Nel corso degli anni il collettivo ha costruito un proprio Glossario dei Margini – pubblicazione collettiva nata dall’Accademia dei Margini – in cui le parole vengono inventate, recuperate e ricollocate perché quelle esistenti non bastano. Il concetto di intimate necessity spiega che il lavoro di Robida non risponde ai problemi che il luogo ha, ma alle necessità che le persone che lo abitano riconoscono come proprie: «Non è un lavoro di social design, dove si identifica un problema in una periferia e si trovano gli strumenti per risolverlo. Noi non lavoriamo così». With-ness descrive chi viene a Topolò non come testimone esterno, ma come partecipante alle dinamiche del luogo, condividendo responsabilità e atti di cura. Comp(h)osting è il nome che il collettivo dà al gesto di ospitare – intrecciando hosting e composting, l’ospitalità come processo lento di sedimentazione in cui gli incontri rimangono, si trasformano, diventano humus per ospitare di nuovo. E quando dal mondo dell’arte arriva la domanda tipica su quale sia il rapporto del collettivo con la comunità locale, la risposta spiazza per la sua semplicità: «Noi siamo la comunità locale, no?»

Il glossario contiene anche il lemma residency, che Robida non vuole sostituire ma sottoporre ad un re-placing – non rimpiazzare, ma ricollocare, farne aderire il significato al proprio contesto. In italiano, nota il glossario sotto la voce guest, la parola ospite indica allo stesso tempo chi ospita e chi è ospitato, un’ambiguità che il collettivo considera una risorsa: «Quando possibile evitiamo questa dualità tra host e guest, parlando piuttosto di abitanti temporanei e permanenti». Il paese come casa, le case come stanze di un unico spazio condiviso: è questo il concetto che Janja Šušnjar ha elaborato nella sua tesi magistrale, village as house, diventato poi uno dei principi fondativi di Robida. «Tale concezione del paese invita i suoi abitanti a muoversi fluidamente da un edificio all’altro – dalla propria camera da letto alla cucina comune o al laboratorio – abitando il paese come un insieme di spazi interconnessi».

L’Izba – lo spazio collettivo sotto la chiesa del paese – prende il nome dalla stanza più calda della casa tradizionale della Benečija: la stanza scaldata dalla peč, la stufa in maiolica, la stanza della convivialità familiare e dell’accoglienza. Era anche, storicamente, il luogo dove chi non aveva il forno portava il pane a cuocere. Uno spazio di reciprocità concreta, non di offerta istituzionale. Robida lo ha riaperto come spazio di lavoro, laboratorio, cucina, radio, luogo di incontro per chi arriva e per chi abita.
Durante i miei dieci giorni ho capito cosa significa stare in questo spazio fuori dai momenti pubblici – l’Accademia dei Margini, il simposio, la summer school – e dentro l’ordinario: la mattina con Radio Robida, le persone del paese che entrano, qualcuno che cucina, qualcuno che passa. È lì che l’ospitalità smette di essere un valore dichiarato e diventa una pratica del quotidiano. «Quello che in fondo in fondo facciamo è scambiare ospitalità con saperi», dice Vida. «Ci sembra che il fatto che le persone possano portare qualcosa qua sia uno dei doni più grandi che possiamo ricevere».

C’è poi una dimensione temporale in questo stesso modo di stare. Il lavoro di Robida segue le stagioni non come metafora ma come necessità fisica: d’inverno la casa si scalda con una stufa e lo spazio abitabile si riduce a una stanza; d’estate si espande agli spazi esterni e al paese. «È interessante come una pratica che potrebbe essere totalmente slegata dal concetto del passaggio delle stagioni, forse stando qui – perché la stagione ce l’hai veramente davanti in maniera molto forte attraverso il cambiamento del bosco – è stata influenzata da questa temporalità», racconta Vida. La redazione collettiva avviene nei mesi estivi, quando ci si ritrova a Topolò; la grafica in autunno, quando la designer arriva e lavora stando dentro il paesaggio, attraversandolo camminando. Il kozolec – l’architettura tradizionale usata per essiccare il fieno del paese, che si riempie d’estate e si svuota lentamente fino all’inverno – è descritto nel glossario come “un calendario nella forma di una casa o di un tempio”. Robida, con la sua rivista annuale e i suoi ritmi di espansione e contrazione, assomiglia a quella struttura.

C’è infine una questione che riguarda il futuro, o meglio la sua gestione. «Mai niente di tutto ciò che abbiamo fatto è partito dalla consapevolezza dell’immaginazione, mai. E tutto quello che abbiamo fatto è sempre nato dal farlo, provarlo, senza chiedersi troppo», dice Vida. Non un obiettivo, non una visione strategica, non una programmazione a lungo termine. Robida è sempre cresciuta con le persone che la fanno: «Siamo abbastanza abituate al cambiamento e non ci siamo mai date nessun obiettivo definito». È una posizione che, in un campo culturale abituato ai piani triennali, alle relazioni finali, agli impatti misurabili, suona radicale. Ma è anche, forse, la condizione necessaria per fare qualcosa che duri davvero: lasciare che la forma emerga dall’abitare, non dall’immaginare.
Stare a Topolò per dieci giorni non mi ha insegnato cosa sia Robida – categoria che continua a resistere –, ma mi ha mostrato come funziona il suo modo di stare. Non dall’esterno, non nell’evento, ma nel gesto quotidiano di chi apre la porta, mette su il caffè, lascia spazio a ciò che arriva.