Il romanzo stravagante di una storica dell’arte fonde arte medievale e Monica Lewinsky

Se nell’estate del 1998 accendevi la TV su un telegiornale, era quasi certo che ti saresti imbattuto nel volto della ventiquattrenne Monica Lewinsky. A gennaio di quell’anno si era diffusa la notizia della sua relazione con il presidente Bill Clinton e, nei mesi successivi, Lewinsky ha dovuto sopportare un umiliante spettacolo di perbenismo, disprezzo e accuse – molte delle quali le sono state scagliate prima da Ken Starr in una stanza d’albergo al Ritz Carlton di Pentagon City (Arlington), dove è stata interrogata per dodici ore, e poi dai membri della grande giuria federale, che le hanno imposto di ricostruire nei minimi (e dolorosi) dettagli i suoi incontri con il presidente degli Stati Uniti. Senza contare il suo peggior persecutore: l’opinione pubblica.
L’umiliazione di Monica nell’estate del 1998 rappresenta il nucleo fondante dell’ultimo romanzo di Julia Langbein, Dear Monica Lewinsky, uscito ad aprile per Doubleday. La narrazione parte però da vent’anni dopo, nel 2019, con la quarantenne Jean Dornan, traduttrice incastrata in un malessere perenne che si ritrova sull’orlo di una crisi. David, il professore con cui da giovane ha avuto una relazione inappropriata – proprio quell’estate in cui Lewinsky era onnipresente – la invita a una festa per il suo pensionamento dall’istituto universitario di Arte Medievale dove si sono conosciuti. Negli anni precedenti, quella relazione – e il dolore e l’umiliazione che aveva generato – si era rivelata impraticabile. Jean si sentiva bloccata e perseguitata da un senso di rovina imminente.

L’invito riaccende i ricordi: Jean, ormai di mezza età, riapre il diario risalente ai tempi della relazione con David e vi scopre il suo stesso disprezzo adolescenziale per Monica Lewinsky. «Clinton ha ammesso in TV di aver avuto una relazione alla Casa Bianca con una squallida stagista», aveva scarabocchiato. Rileggendo queste parole, Jean si rende conto dei parallelismi tra il presidente e il professore. Lì, nella sua camera degli ospiti, si mette a pregare: «Cara Monica Lewinsky, ti prego, aiutami».
E lei la aiuta davvero. Il giorno dopo le appare, circondata da un’aureola, e la guida nei ricordi del tempo trascorso con David: l’estate passata a catalogare centinaia di chiese romaniche all’istituto di Plaisy, in Francia, prima del suo terzo anno di università. Tra racconti di donne martiri tratti dalla Legenda Aurea – la raccolta del XIII secolo con oltre centocinquanta storie femminili compilata dal frate domenicano Jacopo da Voragine –, il romanzo di Langbein riesce a reclutare sia l’arte medievale che Monica Lewinsky per esplorare i meandri dell’alienazione da sé.
Langbein non è estranea all’arte medievale: ha conseguito un dottorato in storia dell’arte presso l’Università di Chicago ed è anche l’autrice di American Mermaid e di Laugh Lines: Caricaturing Painting in Nineteenth-Century France. «Art in America» l’ha intervistata su Dear Monica Lewinsky, sulle ricerche condotte a Bourges per la stesura del romanzo e sui limiti della storia dell’arte nel cogliere la carica emotiva di un’opera.
Art in America Quando hai capito che questo era il romanzo che volevi scrivere?
Julia Langbein Nel 2019 ho trovato un vecchio diario del 1998 in cui ero stata crudele nei confronti di Monica Lewinsky. Avrò avuto sedici o diciassette anni all’epoca. Ho giunto le mani, ho lasciato cadere il diario e ho esclamato: «Mi dispiace davvero tanto». Non sono per niente una persona religiosa, ma in quel momento ho sentito il bisogno di pregare Monica Lewinsky.
La mia formazione di storica dell’arte mi ha spinta a considerare che in quel gesto idiosincratico potesse celarsi una comprensione di un’esperienza collettiva. Ho studiato molta arte medievale, soprattutto durante la laurea triennale, e ho acquisito familiarità con queste fonti, come la Legenda Aurea. Leggendo la vita di un santo si capisce che si tratta di un genere letterario. Una volta che ho iniziato a considerare la sua vita come la vita di una martire, tutto il resto ha trovato posto da sé.
Art in America Come hai collegato quell’esperienza quasi religiosa su Monica Lewinsky all’arte medievale?
J.L. C’erano alcuni elementi che dovevano convergere. Durante il periodo dello scandalo di Monica Lewinsky, vivevo in Francia. Mio padre era un professore e quell’anno si trovava nel Regno Unito, mentre io avevo scelto di partecipare a un programma di studio all’estero. Questo ha fatto sì che vivessi l’intero momento politico-mediatico attraverso il filtro di un paese straniero.
La protagonista del libro è un personaggio fittizio che ha avuto una relazione profondamente dannosa e sta cercando di riprendere in mano la sua vita. Pensando a Monica Lewinsky, mi sono resa conto che, se inquadrata come una santa, avrebbe potuto incarnare molto di ciò che quella vicenda rappresentava. Ho potuto giocare con l’iconografia, perché tutti conoscono sia quella Monica, sia quella dei santi occidentali, così come il linguaggio della Chiesa sui santi e i peccatori, il giudizio e la virtù.
Le persone si sentono vicine a Cristo per la sua sofferenza, e lui è diventato il modello per i martiri. Questa storia non è il tipico romanzo del XIX secolo sulla connessione emotiva, ma è una forma quasi pre-romanzesca e arcaica. «Rimorso anziché catarsi», come ha scritto uno studioso medievale: è questo il rapporto che le persone hanno con i santi. Siamo portati a empatizzare con la loro sofferenza.

Art in America Puoi parlarci delle ricerche che hai svolto per questo romanzo?
J.L. Sono andata nelle chiese di Bourges, a toccare con mano quei luoghi e a osservarli. E l’ho fatto con gli occhi di una ragazza di diciannove anni. Ho davvero contemplato il portale della cattedrale di Bourges. Jean si è davvero risvegliata in me.
Nancy Thebaut, professoressa associata presso il dipartimento di Storia dell’Arte, adesso si trova a Oxford, ma abbiamo svolto il dottorato insieme e abbiamo visitato il Musée de Cluny. Si è instaurato tra noi una sorta di rapporto studente-insegnante: io le offrivo le mie impressioni a caldo, e lei mi orientava con gentilezza verso la letteratura accademica. Ho letto molto della produzione accademica degli anni Novanta, in particolare gli studi degli storici dell’arte Jeffrey Hamburger e Caroline Walker Bynum. E ho cercato di immedesimarmi in alcune delle letture che avrebbe fatto Jean.
Art in America Il romanzo si sofferma molto sulla memoria come strumento per ricontestualizzare gli oggetti e la storia. Come hai trovato un modo per enfatizzare l’emozione e la sensibilità nell’arte che di solito associamo più alla punizione e al dolore?
J.L. Una cosa che ho capito – dopo aver conseguito un dottorato ed essere diventata una storica dell’arte – è che non riuscivo a esprimere molti aspetti delle mie reazioni emotive all’arte nel contesto accademico, che è così analitico. Nel romanzo ho avuto modo di usare metafore che non sono accettabili in ambito accademico, ma che animano l’arte. Ci sono stati tantissimi casi in cui ho guardato un’opera con occhi nuovi, attraverso quelli di Jean, in un modo che non avrei potuto fare come accademica.
A un certo punto Jean dice di essere attratta dall’arte medievale perché è «l’adolescente della storia dell’arte»: è goffa e non capisce sé stessa. C’è una sorta di imperfezione e crudezza emotiva, ma ci sono anche momenti di incredibile raffinatezza, bruttezza e squisitezza. Sono questi gli aspetti che attraggono Jean, ed è un interesse genuinamente intellettuale.
Una cosa che mi faceva davvero impazzire della storia dell’arte era incontrare persone che pensavano che il loro compito fosse esercitare il buon gusto. Jean si abbandona all’arte e non si chiede: «Cosa dovrei pensare? Qual è la risposta giusta?». Lei reagisce in modo viscerale.
Art in America Trovi che guardare le opere d’arte attraverso una lente emotiva cambi il rapporto che si instaura con queste?
J.L. Ho sempre detto ai miei studenti: dovete osservare qualcosa e dovete reagire. Poi, dovete riflettere sulla vostra reazione. Ma non andate a leggere cosa ne pensa qualcun altro. Perché gli studenti erano convinti che ciò che dovevano fare fosse “scaricare” i pensieri di una persona più intelligente o far propria l’idea o la conoscenza storica di qualcun altro, eccetera. E invece no! Bisogna reagire, e poi mettere tutto l’acume analitico, il rigore e l’apprendimento dentro la propria reazione.
Art in America Come pensi che la tua scrittura sia stata influenzata dalla formazione in storia dell’arte?
J.L. Ho vissuto dentro il libro Portrayed on the Heart di Cynthia Hahn sulle vite dei santi e le loro rappresentazioni nell’arte medievale. Mentre lo leggevo, sentivo le voci dei personaggi. È incredibile quanto la lettura di testi accademici possa essere fertile per me come scrittrice di narrativa. Non so come ho fatto a superare gli studi universitari. Suppongo che accadesse anche all’epoca di immaginare i personaggi e le loro voci. Probabilmente ho dovuto usare una sorta di censore interno molto efficiente. La mia formazione in storia dell’arte mi ha fornito questa struttura, questo traliccio, e sono grata per il tempo che ho potuto trascorrere vivendo di nuovo al suo interno, guardando di nuovo l’arte con uno scopo preciso.