Tracce di femminismi. L’Archivio della Fondazione Elvira Badaracco

Come conservare una memoria che non ha lasciato una traccia ordinata di sé? Come raccogliere le esperienze di movimenti che hanno cercato di sottrarsi alle forme tradizionali della storia e alle istituzioni? Fare un archivio a partire da pratiche politiche che hanno privilegiato la parola, il gesto e la relazione significa confrontarsi con una questione complessa. Il femminismo italiano degli anni Settanta è stato infatti, innanzitutto, azione. Certo, la parola ha avuto un ruolo centrale, ma accanto alla parola vi era la piazza. Le pratiche politiche nascevano dall’urgenza del presente: non erano pensate per rimanere in forma di documento, tanto meno per essere ordinate secondo criteri archivistici. Erano esperienze radicate in un qui e ora che sfuggiva – e in parte ancora sfugge – alle maglie della storia.
Alla fine del decennio caldo, quando i movimenti delle donne stavano già entrando in una diversa fase, alcune figure hanno avvertito l’urgenza di raccogliere le tracce di ciò che rischiava di disperdersi. Tra queste Elvira Badaracco, attivista di formazione socialista, impegnata da anni sui temi della condizione femminile e del femminismo. Nel 1979, insieme a Pierrette Coppa, ha fondato a Milano il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia. Da quell’esperienza, dopo la morte di Badaracco nel 1994, è nata la Fondazione che porta il suo nome, proseguendo e ampliando il progetto originario: promuovere lo studio della cultura e dell’esperienza politica e sociale delle donne, con particolare attenzione alla storia dell’associazionismo femminile e dei femminismi.
La nascita del Centro ha sancito così il diritto alla conservazione di una memoria fino ad allora affidata a materiali fragili, riconoscendo come il movimento delle donne avesse prodotto, oltre alle azioni politiche, anche saperi, linguaggi, forme di organizzazione e immaginari che meritavano di essere tutelati e trasmessi. Carte, volantini, locandine, ciclostilati, periodici, documenti di gruppi e collettivi, insieme alle reti di relazioni e alle pratiche politiche che quei materiali custodivano, rappresentavano infatti un patrimonio che rischiava di andare perduto o, nella migliore delle ipotesi, di rimanere ai margini della storiografia ufficiale.

È in questa necessità di rendere visibile un’esperienza politica diffusa e plurale che si colloca uno dei primi atti fondativi del Centro: il censimento delle realtà femminili e femministe attive in Italia, un lavoro di mappatura che ha documentato gruppi, associazioni, centri e collettivi disseminati sul territorio nazionale, dalle esperienze più strutturate a quelle più radicali e informali, restituendo così forma a un campo politico e culturale assai complesso. La Fondazione ha progressivamente ampliato il proprio sguardo: dalla storia del femminismo alla storia delle donne, quindi dall’associazionismo e dai movimenti collettivi anche agli archivi personali, così che oggi conserva uno dei patrimoni più importanti per lo studio della cultura politica, sociale e intellettuale delle donne in Italia. Attraverso il proprio sito, gli inventari consultabili online e le mostre digitali, ha reso accessibile una parte significativa di questo patrimonio: le schede dei fondi, le descrizioni delle raccolte e i percorsi dedicati ad alcune figure permettono di avvicinarsi a un universo documentario molto ricco.
Per lungo tempo si è trattato soprattutto di archivi politico-letterari. Scritti, volantini, riviste, corrispondenze, testi prodotti dai gruppi e dai collettivi: materiali profondamente coerenti con una storia dei femminismi italiani costruita soprattutto attraverso la parola, la pratica dell’autocoscienza e della scrittura come forma di presa di coscienza e trasformazione.

Una svolta importante è avvenuta circa dieci anni fa, quando Raffaella Poletti, ricercatrice nei campi dell’architettura e del design, ha proposto il deposito dell’archivio professionale di Marta Lonzi. Architetta, progettista, autrice e figura legata alla storia di Rivolta Femminile, Marta Lonzi ha introdotto nel patrimonio della Fondazione una dimensione diversa, più materiale e visiva. Il suo archivio è infatti un archivio professionale, militante e personale insieme. Un archivio voluminoso e complesso, anche dal punto di vista tecnico, che comprende documenti legati alla sua attività lavorativa, schizzi, disegni tecnici, carte da lucido, fotografie, corrispondenze, materiali editoriali e tracce del suo rapporto con il femminismo. È un fondo che non si lascia facilmente ricondurre a una sola categoria. Del resto, nel caso di Marta Lonzi, non è possibile separare rigidamente l’attività di progettista dal suo percorso politico: la sua pratica creativa, il suo modo di pensare lo spazio e la soggettività, come mi ha spiegato proprio Poletti in una nostra conversazione, sono infatti attraversati da una consapevolezza femminista che rende insufficiente una lettura esclusivamente disciplinare.
La scelta di depositare il suo archivio in una fondazione dedicata alla storia delle donne e dei femminismi, invece che in un contesto esclusivamente architettonico, svela allora qualcosa in più: quelle carte non raccontano soltanto la storia di una professione, ma il modo in cui una donna ha costruito la propria presenza nel mondo, il rapporto tra creatività, politica e vita.

Da Marta Lonzi, ancora con il lavoro di Raffaella Poletti, è arrivato in Fondazione un archivio importante, quello della casa editrice Scritti di Rivolta Femminile, fondata nel 1970 a Milano da Carla Lonzi e oggi in fase di riordino seguito dalla stessa Poletti e dall’archivista Maria Rosaria Moccia. Anche in questo caso sarebbe fuorviante dire che si tratta semplicemente di un archivio editoriale. L’esperienza di Scritti di Rivolta Femminile è stata parte integrante di una pratica politica della parola: attraverso la pubblicazione dei testi del gruppo, la scrittura diventava uno strumento di elaborazione collettiva, di confronto e di costruzione di un pensiero.
Proprio per questa ragione, il lavoro sugli archivi legati a Rivolta Femminile richiede una particolare cautela. Non si tratta soltanto di rendere disponibili dei materiali, ma di comprenderne la natura, le relazioni che li hanno prodotti, le stratificazioni e anche le mancanze che a loro volta orientano la ricerca, pongono domande e impediscono di confondere la documentazione con la totalità dell’esperienza. Ogni fondo archivistico, si sa, contiene dei vuoti, in questo caso tali vuoti obbligano spesso a ricostruire parte di questa storia attraverso testimonianze, confronti e interpretazioni.

Lavorare su un archivio come quello di Rivolta Femminile significa quindi assumere una responsabilità particolare. Per chi dona le proprie carte, infatti, questo tipo di archivio racconta non soltanto un’attività, ma un percorso di vita. Si tratta di materiali spesso informali, legati a una messa a nudo di sé e del proprio percorso, a un’esperienza politica che non è stata semplicemente una fase, ma un processo di trasformazione complessiva. Per questo il rapporto tra archivista e donatrice non può essere ricondotto al rapporto tra chi conserva e chi consegna; si costruisce piuttosto una relazione fondata sulla fiducia e sulla necessità di comprendere il punto di vista di chi quelle carte le ha prodotte e di chi ha scelto di affidarle a terzi.
Negli studi archivistici contemporanei, soprattutto nel dibattito internazionale, questa prospettiva è stata definita attraverso l’idea di un’«empatia radicale», che individua negli archivisti figure che, oltre a ordinare e descrivere documenti, partecipano a una rete di responsabilità verso i produttori della documentazione, i soggetti rappresentati e le comunità a cui quegli archivi appartengono. Nel caso di Rivolta Femminile questa responsabilità appare particolarmente evidente proprio perché i materiali non sono separabili dalle esperienze che li hanno generati. Anche la stessa descrizione archivistica non può essere un’operazione neutrale o puramente classificatoria: richiede attenzione e consapevolezza del peso di consegnare una voce collettiva, un’esperienza che ha segnato profondamente la vita di chi ne ha fatto parte.
Il lavoro condotto presso la Fondazione Badaracco attorno all’Archivio di Rivolta Femminile assume dunque un valore che supera la mera dimensione archivistica. Prima ancora di esporre, pubblicare o mostrare, ci ricorda lo sforzo necessario per comprendere la natura dei materiali, le relazioni che li hanno prodotti e, soprattutto, le soggettività che vi sono custodite, perché un archivio femminista non potrà mai essere soltanto un deposito di carte.