Erotismo e glamour in una scandalosa messinscena. Intervista a Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti di Collezione Nancy Delroi

di | 28 ott 2026
Ritratto di Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, aka Collezione Nancy Delroi

Che si tratti di collage, assemblaggi, arredi o sequenze filmiche, i materiali che Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti prediligono portano con sé storie di ostentazione pregressa. Il duo italo-libanese si appropria di codici borghesi esaltandone un vuoto erotico. Dal loro gusto per il glam trapela una crudezza maliziosa, che gioca con il potere e i suoi sistemi e spinge all’estremo le ambiguità di un presente violento ed estetizzato. Ho incontrato Nakouzi De Monte e Parenti, aka Collezione Nancy Delroi dal 2024, a Londra, mentre davano gli ultimi ritocchi a “NO EXCUSE”, loro prima personale in città, visitabile a Des Bains fino al 17 gennaio 2027. Abbiamo parlato di Tinto Brass e Richard Kern, della Factory di Warhol, di divise militari e salotti mediorientali, della costruzione dell’immagine di sé e della sottile linea che separa la messinscena dalla realtà. 

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, Costumes Party: Love, Beauty, Fame. Stampa cromogenica su carta Fujicolor Crystal Archive, vernice, 210 × 200 cm. Courtesy Collezione Nancy Delroi e Des Bains, Londra

Caterina Avataneo Partiamo dal titolo della vostra prima personale a Londra, che ha inaugurato a Des Bains giusto un paio di settimane fa, che poi è anche il titolo di alcuni dei lavori che ne fanno parte: “NO EXCUSE”… for what?

Désirée Nakouzi De Monte “Minor Acts of Violence” o “Soft Violence”, insieme a “NO EXCUSE”, erano dei titoli possibili…

Andrea Parenti Doveva essere uno slogan pop, ma allo stesso tempo trasmettere una forma di disobbedienza o un capriccio.

C.A. Mi avete citato Salon Kitty di Tinto Brass, ha senso. L’ultima volta che sono venuta in studio a Milano ce l’avevate in loop alla tele, poi a cena avete messo il TG e subito dopo Nick Zedd, con The New Cinema of Transgression. Vedo una linea chiara: un gusto caricaturale, satira della società. Cosa vi interessa dell’incontro tra eros e potere?

A.P. Il momento in cui il gioco orrendo del potere viene sbeffeggiato e si trasforma in qualcos’altro. Sbeffeggiarlo, trovarlo a braghe calate. Una satira glam-erotica. Il Salon Kitty di Brass rappresenta una conciliazione tra sopraffazione e sottomissione. Sono pretese melodrammatiche di personaggi soffocati all’interno di un disegno estetico costruito per un semplice appetito voyeuristico. Pensiamo alla caricatura in maniera analoga, anche di noi stessi come artisti, come buffoni di corte che intrattengono il sovrano all’interno dei suoi salotti. È un ruolo in cui molto spesso ci identifichiamo e che in qualche modo ci diverte.

D.N.D.M. Estetica, performatività e desiderio… che in loop diventano una specie di gioco che non arriva mai a conclusione, e forse è proprio questo il punto.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, Paprika & Caligula: No Excuse, 2026. Bambola vintage, volpe tassidermizzata, pittura a olio, vernice, legno di recupero, cappello militare, 71 × 41 × 70 cm. Courtesy Collezione Nancy Delroi e Des Bains, Londra

C.A. Il cappello militare ritorna nella vostra produzione artistica. Appare qui dipinto di fucsia e indossato dalla bambola in Paprika & Caligula, ma l’avevo già visto nella vostra serie Costumes Party. Anche Anna nel video Anna Smoking Cigarettes ha una divisa austera, ed è estremamente sexy…

D.N.D.M. Vogliamo mettere in crisi il sistema di immagini attraverso cui la violenza viene consumata e spettacolarizzata nella vita quotidiana. Ci sembra che la guerra sia entrata nello stesso spazio visivo della moda e del culto della celebrità. Non è più qualcosa di esterno allo spettacolo: è già stata assorbita dai suoi codici, estetizzata e rimessa in circolazione. Un po’ come American Life di Madonna…
O, ad esempio, nei nostri film, dove gli attori sono non professionisti e lavorano sull’improvvisazione, il confine tra recitare e agire diventa ambiguo, e mentre riprendiamo non capiamo più dov’è la fine della mise en scène e l’inizio della realtà. È come se, giocando a fare una cosa, senza accorgertene diventi quella cosa.

C.A. In Anna Smoking Cigarettes poi il tutto accade in uno spazio totalmente improbabile. La scena è girata mentre lei fuma dai piedi, seduta su una poltrona da mezza seduta incastrata in un corridoio. A cosa stavate pensando quando avete prodotto il set design per questo video?

A.P. Siamo entrati in possesso di un catalogo delle fotografie di Richard Kern, nudi femminili di ragazze che fumano sigarette, pisciano per terra e gonfiano preservativi come se fossero palloncini. Immagini apparentemente volgari ma portatrici di una bellezza quasi austera. Inizialmente la scena sarebbe dovuta essere di una figura in uniforme che urina all’interno di una piramide di bicchieri di cristallo, ma poi abbiamo preferito girare You Kill Me Second, una reinterpretazione diretta di You Killed Me First di Kern, dove l’atto estremo di violenza è represso all’interno del televisore – mentre i commensali recitano una farsa di loro stessi catatonici su una tavola imbandita di soli bicchieri.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, Intervention n°1: Minor Acts of Violence, 2026. Legno di recupero, poster incorniciato di recupero, pittura opaca pietrificante, pelle di divano, manichino degli anni Novanta, basco militare, bambole vintage, uccello tassidermizzato, bicchieri di cristallo, pialla a mano vintage in legno, stampe fotografiche a getto d’inchiostro, 170 × 220 × 140 cm. Courtesy Collezione Nancy Delroi e Galerie Derouillon, Parigi

C.A. Tornando alla mostra a Des Bains, c’è un senso di morte che aleggia tra i colori accesi delle vostre opere. Saranno forse la volpe tassidermica di Paprika & Caligula: No Excuse o le pelli incluse in A Collage Tributes To An Exquisite Beirut. Rientrava nelle vostre intenzioni?

A.P. Sì, è strano come il cadavere tassidermizzato di una volpe possa anche risultare divertente, o come il risultato sadico di un atto di violenza possa diventare un oggetto ornamentale, un arredo, un oggetto di consumo. L’utilizzo del colore rende tutto questo ancora più strano, quasi nauseante; Warhol l’aveva fatto molto bene… O probabilmente la nostra mente è già stata fottuta e non siamo più in grado di fornire una risposta emotiva adeguata.

C.A. Mi sembra che la mostra qui a Londra ben rappresenti la vostra produzione artistica, che include principalmente assemblaggi, arredi, collage e video. Io li vedo tutti come frammenti di un’opulenza ormai obsoleta, che trattengono un glamour senza senso e proprio per questo lussuoso. Che rapporto avete con la precarietà come scelta formale?

A.P. Siamo affezionati a tutto ciò che è obsoleto, dimenticato o scartato. Soprattutto quando riguarda un’opulenza ostentata e démodé. Riguarda sia un aspetto formale sia psicologico, legato alle nostre biografie. Gli oggetti che scegliamo finiscono per richiamare codici piccolo-borghesi, costumi, silenziosi sistemi di regole e modi che non vengono mai esplicitati del tutto. C’è anche uno strato di sensualità inquieta – come i divani in pelle, per esempio: freddi d’inverno, sudati d’estate, mai del tutto comodi, sempre leggermente fuori posto.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, You Kill Me Second, 2025, fotogramma. Video FHD a colori, 29’57”. Interpreti: Alana Ungaro, Anna G e Pietro Agostoni. Courtesy Collezione Nancy Delroi

C.A. Mi chiedo se la classe borghese, nella vostra pratica, sia un palcoscenico in cui gusto, status e rispettabilità continuano a performare anche quando hanno perso ogni funzionalità. Esattamente come i materiali che usate… per esempio un Natuzzi che, svuotato di ogni sostanza, diventa pelle piatta e lavoro a muro.

D.N.D.M. Mia nonna – che era sicuramente una donna eccessiva – veniva dal centro di Beirut, ma, a causa del matrimonio combinato con un intellettuale di provincia, perse il suo status e si dovette trasferire a Tripoli. Eppure conservò il suo bon ton, direi più una specie di teatro di una classe fuori dal proprio contesto. Recitava un modo che non esisteva più. Sembrava la messinscena di una realtà collassata. Una specie di tentativo di mantenere l’eleganza mentre tutto intorno a lei andava in rovina. C’è qualcosa nel suo modo di posare che sentiamo profondamente nostro.

C.A. Anche il video You Kill Me Second è emblematico in questo senso. Vi interessa il glamour?

D.N.D.M. Per You Kill Me Second ci siamo chiusi in studio e abbiamo disegnato le sequenze, i costumi e il trucco per qualche ora, poi abbiamo messo in piedi la scena.

A.P. Doveva durare il tempo di un telegiornale.

D.N.D.M. Anna, Pietro e Alana hanno recitato personaggi che in qualche modo esistevano già nella loro testa. Ci piace il loro gusto, i loro modi. Sembrano imparentati, ma anche amanti. Siamo attratti da come possano rappresentare dei personaggi virtuosi e legittimi, e al tempo stesso perversi e scandalosi.

A.P. Tutto il film è scandito da gesti ripetitivi. Mette in scena un dramma silenzioso, con questa eleganza stanca.

D.N.D.M. In genere lasciamo molti vuoti, in modo che si crei tensione. L’attore, mentre recita, se ne accorge e deve improvvisare, decidere cosa far fare al suo personaggio.

A.P. Lo lasciamo in balia del suo carattere di fronte alla camera. Gli facciamo fumare tantissime sigarette, senza le quali metà dei nostri film non esisterebbe.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti con Matt Gess, A Line Is A Threat: Soft Evidence, dalla serie Dance by 5, 2026. Stampa cromogenica su carta Fujicolor Crystal Archive, vernice, pannelli di legno di recupero, borchie da tappezzeria, chiodi, 210 × 114 cm. Courtesy Collezione Nancy Delroi e Des Bains, Londra

C.A. Guardando i vostri assemblaggi mi viene in mente Rauschenberg, che a metà degli anni Cinquanta del Novecento a New York inizia a presentare i suoi Combines quando l’Espressionismo astratto dominava la scena. Siamo in un’America del dopoguerra che produce oggetti e immagini di consumo come mai prima, e che è anche molto conformista e repressiva. Noi ora siamo negli anni Venti del Duemila, in una società post-capitalista accelerata. Cosa significa per voi oggi lavorare con assemblaggi e con l’immagine?

D.N.D.M. Il collage e l’assemblaggio sono medium provocatori che hanno anche una natura sofisticata e violenta… a volte è osceno quello che creiamo. Siamo i primi a esserne disgustati.

C.A. Voi stessi avete spesso riferimenti alla storia dell’arte, anche espliciti. Cosa vi interessa di questi riferimenti?

D.N.D.M., A.P. La caricatura dell’Old Master.

C.A. Anche il vostro modo di trattare i comunicati stampa, accompagnati da fotografie low-fi giallastre, sembra appartenere a un altro modo di presentare arte, più simile a una New York anni ’70, lontano dalle foto bianche bruciate che si usano adesso per documentare le mostre. Il vostro è un omaggio o una caricatura?

D.N.D.M. Pensiamo sia il modo più elegante per comunicare una mostra.

C.A. E quando nel vostro lavoro eccedete o caricaturate, che cosa esagerate esattamente?

D.N.D.M. Spingiamo all’estremo convenzioni sociali. Cerchiamo di portarle fino al punto in cui perdono di innocenza.

C.A. In generale, come vi approcciate al video-making?

D.N.D.M. Tutti i film sono prodotti nell’arco di una giornata. Non ci sono tagli particolari, giriamo di solito in un solo cut ed evitiamo la post-produzione.

A.P. Riprendiamo con una videocamera da televisione comprata al McDonald’s di Torino da un tizio che girava film-souvenir di matrimoni.

D.N.D.M. Tutti i film sono delle documentazioni di happening improvvisati.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, Dialoghi & Repliche, 2025, fotogramma. Video FHD a colori, 16′. Sceneggiatura originale scritta e recitata da J.T. LeRoy e Rebecca Isabel Consolandi. Interpreti: Aldo Filardo e Désirée Nakouzi De Monte

C.A. Vi chiamate Collezione Nancy Delroi, ma siete un duo. Mi fa pensare a Bernadette Corporation, con cui peraltro avete collaborato di recente. E poi J.T. LeRoy ovviamente. Anche lei l’avete coinvolta di recente, nel video Dialoghi & Repliche. Mi raccontate meglio queste forme collaborative?

D.N.D.M. Entrambe sono figure iconiche, in modo diverso. Con Bernadette siamo stati insieme una serie di giorni da noi mentre allestivamo New Cult-like Images o Come il patto tra adulti diventa un trattato di strategia affettiva, con Will e Layla. Ce l’ha presentata Karlo alla première del suo film. Appena è tornata a New York le abbiamo chiesto un lavoro d’archivio del ’98 da includere nella mostra di presentazione dei collage prodotti con Matt, un amico fotografo che sta a Londra. Poi abbiamo continuato a lavorarci anche nei mesi successivi, presentando a Vienna la sua ultima produzione di disegni e l’ultimo film. Siamo sempre stati fissati con la sua ricerca e con il suo modo di lavorare, quindi siamo lusingati di queste collaborazioni. La passione per J.T. invece… be’, è arrivata guardando il film di Asia Argento, The Heart Is Deceitful Above All Things, che è l’adattamento cinematografico del libro Sarah di J.T. LeRoy. Tutta la sua storia biografica e del libro ci ha fatto impazzire… e come poi Hollywood ci sia cascata, e quanto l’industria sia affamata di personaggi, purché siano abbastanza vendibili. Isabel, la scrittrice con cui spesso lavoriamo sui film, era in contatto con lei. Quindi abbiamo pensato a una scena in cui Aldo, un amico modello e performer, e io interpretiamo due personaggi di Teorema di Pasolini, con le voci e i dialoghi scritti e recitati da Isabel e J.T. LeRoy. Quindi, diciamo che Collezione Nancy Delroi è più un contesto sotto il quale presentiamo il nostro lavoro con quello di altri artisti…

C.A. Parlatemi del vostro studio a Milano.

D.N.D.M., A.P. Cercavamo un posto dove girare la scena di un assassinio durante il vernissage di una mostra in una galleria di arte moderna. Carlo, un nostro amico architetto, ci ha detto di questo posto sfitto da anni che avrebbe dovuto ristrutturare. Abbiamo realizzato dei quadri per il set, invitato degli amici a fare da comparse e inscenato l’omicidio con una riproduzione di un Winchester ed esplosioni di sangue. In qualche modo tutto quello che succede qua dentro può considerarsi la continuazione di quel film.

Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti, Tableaux of fifteen figures, Every third thought shall be my grave, 2025. Manichini dei primi anni Duemila, ante di armadio IKEA, sigarette, cartongesso, forchette, bicchieri di cristallo, posacenere in vetro, arredo di design Untitled 02, dimensioni variabili

C.A. Mi incuriosisce il rapporto tra il vostro lavoro e la costruzione della mitologia artistica: il gesto radicale avanguardistico, il culto dell’artista, la feticizzazione dell’oggetto, la creazione di una scena underground e i meccanismi del prestigio culturale sembrano orbitare intorno alla vostra pratica. Come si distingue, per voi, lo smantellamento di un mito artistico dalla creazione di uno nuovo?

D.N.D.M. Wow. Allora… abbiamo sempre lavorato per diventare artisti di culto, e non dei prodotti di mercato. Cercando di costruire un piccolo sistema autonomo con la sua estetica, la sua avanguardia e comunità… e qualche scandalo. Con un linguaggio proprio, che spinge per alterare le gerarchie esistenti. Abbiamo studiato come le grandi dive mediorientali della prima metà del Novecento trasformavano i propri Saloon in centri di potere e seduzione, e come Warhol, con la Factory, ha trasformato la produzione artistica in una macchina di relazioni, personaggi e culto.

C.A. Cosa avete in cantiere per i prossimi mesi?

D.N.D.M., A.P. Siamo alla ricerca di un locale per aprirci un bar.